martedì 30 marzo 2010

Pierluigi Porazzi, L'ombra del falco

Sullo sfondo, opera di Massimo Caccia

Potrebbe fare il medico ma fa lo spazzino, con un senso di rassegnazione che gli impedisce di porsi domande che lo costringerebbero ad ammettere tutta la sgradevolezza della sua vita. Ha abbassato il profilo delle sua aspettative, portandolo al minimo. Fa ciò che deve e cerca di apprezzare solo quello che si può permettere. Majhid lavora in discarica, e quando vede quel braccio che spunta dai rifiuti è solo un lampo. Distinto e inconfondibile, diverso dalla materia che lo ricopre. Nitido. E' così che viene trovata la ragazza, uccisa e sventrata. E' solo l'inizio, le prime pagine del thriller di esordio di Pierluigi Porazzi, L'ombra del falco (Marsilio, 287 pagg., 17 euro). Sequenze concatenate, la sfida tra chi ha ucciso e chi indaga, ma soprattutto i mali di una parte d'Italia che potrebbe essere tutta l'Italia, la corruzione che dilaga e condiziona, le apparenze che non sono mai verità. Soprattutto un serial killer che condiziona l'impianto narrativo e lo trascina verso il thriller. Ci sono i non detti in questo romanzo, ma c'è anche la voglia di tratteggiare con cura i personaggi, anche quelli di secondo piano. Di dargli una storia che si intuisce e va oltre le righe.

Il tuo è un esordio che ha suscitato grande attenzione: da dove arriva questo romanzo e che strada ha seguito?
Il cammino de L’ombra del falco è iniziato nel 2008, con la partecipazione al prestigioso Premio Tedeschi. Nel pomeriggio del 27 agosto mi è arrivata una telefonata del grande Sergio Altieri, che mi comunicava che il mio romanzo, pur non avendo vinto, era stato apprezzato dalla giuria. Da questa enorme soddisfazione è arrivato sia lo stimolo a proporre il romanzo a varie case editrici che la convinzione di aver fatto un buon lavoro. Quindi è arrivata la proposta della Marsilio, a cui, ovviamente, trattandosi di una delle più quotate e interessanti case editrici in assoluto, ho detto subito di sì. Già pubblicare con Marsilio il primo romanzo (in precedenza avevo pubblicato solo una raccolta di racconti) è un successo, poi, come dici tu, L’ombra del falco sta ottenendo lusinghiere recensioni e un ottimo riscontro di pubblico, tanto che - notizia della settimana scorsa - è stata data alle stampe la seconda edizione, a poco più di un mese dall’uscita. 

Tra le tante metafore che è possibile individuare in questo libro - dai personaggi stessi al loro modo di agire - qual è quella che più di altre volevi far emergere?
Come giustamente hai notato, nel romanzo ci sono varie metafore. Quella che più volevo far risaltare riguarda la corruzione e il malaffare della società, che ho collocato nella provincia friulana ma che è in realtà specchio di una società italiana in generale. Niente e nessuno, in fondo, si salva, ogni personaggio corrotto del romanzo rappresenta un archetipo: c’è il politico onnipotente, il magistrato, il commissario di polizia... tutti asserviti a poteri più grandi di loro, che hanno utilizzato la loro posizione per fare carriera e per compiacere i loro referenti. Non è, però, una realtà di disperazione: la speranza risiede nell’individuo. Ognuno di noi, iniziando dalla propria vita e con l’esempio, può contribuire a cambiare le cose.   

Quanto la tua formazione giuridica ti ha condizionato nella scrittura di genere?
Poco, a dire la verità. Ho trovato ispirazione più nella mia passione per la criminologia, che ho studiato in parte all’università e grazie alla quale ho avuto modo di conoscere a fondo una figura come quella del serial killer, che da sempre ha interessato studiosi e artisti. Dal punto di vista letterario, ho cercato di dare un aspetto di originalità all’omicida seriale, qualcosa che non era ancora stato descritto da nessuno.


sabato 27 marzo 2010

Caterina Soffici, Ma le donne no

Opera a collage di Miss.Goffetown
Trattato d'amore: ti stringerò, ti coccolerò e ti vorrò per sempre bene

A volte le parole riemergono, a testimoniare l'esigenza di comunicare qualcosa che era scomparso, e che ora ritorna. Un concetto che rientra nel quotidiano, o forse anche di più: un dato di fatto. Che si vede, che parla, che esiste. La massaia, per esempio. Oppure l'angelo del focolare. L'illibatezza e i playboy. Credevamo di non averne più bisogno, di essere andati un po' più in là, tutti quanti. Invece ora riaffiorano, e insieme al significato, il vissuto che rappresentano. Viene da guardarsi alle spalle e cercare quale porta è rimasta a aperta per sbaglio, per capire dove e come si è abbassata la guardia in questi ultimi vent'anni. Ma poi ci si accorge che assieme al riaffiorare di questi scenari, è arrivato ben altro. Questo inventario lo fa molto bene Caterina Soffici in Ma le donne no (Feltrinelli, 205 pagg, 14 euro), alla ricerca di qualcosa che è sfuggito, e che ha prodotto una risultato spiazzante in questi ultimi due decenni: "Non solo le donne italiane non hanno più fatto progressi, ma hanno cominciato ad arretrare, svegliandosi nel paese più maschilista d'Europa". Già. Perché in questo paese del velinismo politico che nelle sue intenzioni vorrebbe affossare ogni prospettiva di credibilità e solidità intellettuale della donna, in cui i part time sono sempre più difficili da ottenere a vantaggio di un allontanamento totale dal lavoro, e dove l'immagine della donna in televisione e in pubblicità - i due più forti e suggestivi mezzi di comunicazione - ha ormai raggiunto livelli agghiaccianti, ogni uomo ha 81 minuti e mezzo di tempo libero più di ogni donna. Uno spazio enorme. 

Perché, nonostante la consapevolezza, non si riesce a ridimensionare questa disparità?
Intanto perché la consapevolezza in verità non c'è. Pochi conoscono questi dati. Molte persone di fronte agli 81 minuti e mezzo, che non ho inventato io ma semplicemente riprendo da una statistica dell'Ocse, rimangono basite e incredule. Preso atto della differenza, bisognerebbe che le donne fossero le prime a contribuire a cambiare la mentalità dei propri partner e soprattutto insegnassero ai propri figli e figlie che non tutto è scontato. Bisognerebbe che imparassero ad amarsi di più, a coltivare dei propri interessi e per esempio andassero una sera la settimana al cinema con le amiche senza lasciare la cena pronta. Il problema, ovviamente non è solo questo. Ma da questo derivano la mancanza di combattività, la mancanza di reazione, l'assuefazione in ruoli poco interessanti e poco creativi. Siamo peggio delle geishe giapponesi e delle mogli dei messicani: lì gli uomini sono meno maschilisti. E a parlare sono ancora una volta i numeri.

“Perché le donne italiane hanno smesso di combattere per difendere i propri diritti?”: è una delle domande di fondo di questa ricerca, che apre scenari vastissimi. Si riesce a trovare una risposta?
Le donne hanno smesso di combattere perché credono che non ce ne sia più bisogno. Credono di essere libere di scegliere cosa fare della propria vita e invece non è affatto vero. La maternità, per esempio, sempre più spesso diventa un handicap. Sempre più spesso le donne sono costrette ad abbandonare il lavoro alla nascita di un figlio. Nel libro racconto storie di maternità difficili, di part time negati, di disciminazioni che non sarebbero ammissibili in altri paesi non solo d'Europa ma anche dell'Africa. Le donne italiane hanno perso l'autostima, prese a rincorrere ideali televisivi che non sono certo quelli della vita di tutti i giorni.

Tra tutte le manifestazioni di sessismo, misoginia e disparità che si stanno radicando, qual è a tuo parere la più pericolosa? Quella che davvero rischia di radicare un modello sul quale è difficile ragionare?
Tra le varie manifestazioni la più pericolosa è quella più subdola, cioè quella meno visibile anche se sotto gli occhi di tutti. E cioè quella che lavora sull'inconscio, sull'immaginario. Cioè quella veicolata dalla televisione modella bonona con labbra siliconate e tette rifatte, oppure quello della pubblicità. Un fiorire di modelli irraggiungibili che da una parte creano frustrazione (non a caso sono in aumento i casi di bulimia e di anoressia, le depressioni, le malattie psicosomatiche segno di una profonda insoddisfazione del proprio ruoleo e del proprio fisico), dall'altro relegano la donna in ruoli superati, un armamentario anni cinquanta fatto di massaie e signorine da marito, la cui vita dipende da quella del maschio portatore di soldi e benessere sociale. Insomma, se non ci diamo una mossa, scivoleremo lentamente ma inesorabilmente verso il terzo mondo.



lunedì 22 marzo 2010

L'Italia eco-solidale


Al di là delle mode e delle originalità ad ogni costo, cercare un'alternativa offre sempre qualche sorpresa. E' un concetto che vale la pena di tenere in considerazione, soprattutto se applicato ai luoghi o, meglio ancora, ai consumi. Curata da Silvia Leone, L'Italia eco-solidale. Guida all'alternativa in 10 città (Altroconsumo, 141 pagg., 13.50 euro) si differenzia nell'inondazione quotidiana di guide e indirizzari, grazie alla capacità di dare indicazioni inedite, ma anche interessanti. Tra le città, assieme alle principali italiane - Roma, Torino, Genova, Firenze, Napoli, Palermo, Trieste, Trento e Vicenza - c'è anche Milano, quella che conosco meglio, ma non abbastanza: l'edicola Carta Canta di viale Monza, che vende anche tutta la stampa alternativa accanto alla tradizionale, mi mancava. Oltre alle cooperative sociali (segnalate anche quelle che si occupano di alloggi e edilizia), e ai gruppi di acquisto solidale (la mappa dei Gas milanesi si trova su gasmilano.org), o ancora la Banca Popolare Etica (lo so , sembra una contraddizione vedere una accanto all'altra le parole "banca" e "etica", ma esiste...), ci sono gli indirizzi del divertimento e degli acquisti, come l'atelier di arte orafa Uroburo, di via Thaon de Ravel.

Quanto è nascosta l'Italia eco-solidale e come si individua?
E' nascosta agli occhi di chi è meno attento all'ambiente e alla solidarietà. L'Italia eco-solidale infatti è un viaggio alternativo nelle città italiane. Città raccontate da una prospettiva nuova e originale, per seguire itinerari inediti, visitare luoghi sconosciuti ai più e possedere una sorta di "mappa del tesoro" delle realtà equo solidali, sostenibili e sociali città per città. Quindi sono descritte botteghe del commercio equo, negozi e ristoranti biologici, cooperative sociali, agenzie di turismo responsabile, sportelli di finanza etica. Ma non solo. Anche teatri, librerie e centri culturali indipendenti, realtà che promuovono integrazione, partecipazione, pace e mobilità sostenibile.

Oltre alle 10 città selezionate dalla guida, sono molti i capoluoghi in cui è possibile individuare percorsi di sostenibilità? Sono arrivati suggerimenti dai lettori?
In questa guida le città descritte sono dieci per festeggiare i dieci anni dalla nascita di Altreconomia, la rivista che mensilmente racconta temi di consumo critico e stili di vita sostenibili. Le mappe sono state pubblicate prima sulla rivista e poi raccolte nel libro, ovviamente riviste e aggiornate. E nascono grazie ai nostri collaboratori che vivono e lavorano in ciascuna città e che, non solo hanno le competenze per disegnare queste mappe, ma che a loro volta hanno coinvolto in modo diretto chi pratica l'economia solidale. Sono arrivati diversi suggerimenti da parte di lettori e di persone e realtà sociali disposte a creare nuove mappe di altre città italiane. Nel frattempo, in aggiunta a quelle pubblicate, sono nate le mappe eco solidali di Bologna, Ancona e Treviso.

A livello sociale chi, in questo momento, sta manifestando maggiore attenzione per questi temi?
Sono i cittadini "autoctoni" che nella loro quotidianità vogliono praticare uno stile di vita diverso sia nella spesa di tutti i giorni sia nelle scelte culturali. Ma sono anche i turisti che vogliono visitare una città e sentirla propria attraverso una nuova chiave di lettura.


venerdì 19 marzo 2010

Fabio Gabrielli e Alfredo Vanotti, Le ossessioni del corpo


Nel manuale della perfetta felicità tutto è magro. Una condizione difficile da raggiungere, diametralmente opposta all'inclinazione naturale del nostro organismo, ma questa consapevolezza non è sufficiente a sottrarci a meccanismi che ci portano a essere sempre meno persona e sempre più personaggio, vale a dire il risultato di aspettative imposte da altri. Tutti i messaggi che ogni individuo occidentale assorbe fin da bambino, con diversi gradi di consapevolezza, sono finalizzati alla creazione e al mantenimento della diet industry, e quindi sollecitazioni alla perdita di peso, al mantenimento della forma fisica, all'adesione a un'estetica che comporta sforzo e fatica. Alfredo Vanotti, dietologo e Fabio Gabrielli, filosofo, in una conversazione moderata dalla giornalista Fausta Clerici e raccolta nel libro Le ossessioni del corpo (Dialogolibri, 117 pagg., 15 euro), hanno voluto cercare nella nostra storia l'origine delle distorsioni che oggi condizionano scelte e percezioni. Sono partiti da lontano, per capire in quale momento il connubio tra forza e salute abbia perso importanza, lasciando il posto al dilagare di diete dimagranti, ringiovanenti, purificanti.

Come ci si difende da questi attacchi costanti che trasformano la possibilità di scelta in lavori forzati della forma fisica?
La consapevolezza è fondamentale. Poi viene l'autocontrollo, la conoscenza del valore dell'introito calorico e del movimento. Tutto questo si trasforma in sapere personale, che ci consente di fare scelte diverse. Invece ogni cosa che ci viene proposta è controllata: il movimento che viene offerto è strutturato, come quello che avviene nelle palestre, ed è cosa diversa dalla non sedentarietà. Tutto è in scacco dell'economia, a partire dai modelli proposti alle bambine, attraverso le bambole, che hanno un'immagine perfetta e non emulabile: questo scatena meccanismi a catena, che si traducono in spese, investimenti, acquisti eterni. Questo libro è nato dal desiderio di capire da dove arriva veramente la paura di vedersi diversi, anche attraverso l'utilizzo degli strumenti terapeutici del filosofo, che sono differenti da quelli del medico.

Chi è più colpito da queste dinamiche di schizofrenia alimentare?
Nei bambini il problema è ormai straripante: gli obesi, o quelli semplicemente in sovrappeso, in quindici anni sono passati dal 9 al 30 per cento, vittime della mancanza di regole chiare. Ormai tutto avviene subito, e si è perso il senso del premio come conseguenza di un'azione positiva, anche nell'utilizzo del cibo. Con il passare dell'età da bambini a adolescenti, le implicazioni si complicano, perché la mancanza di confronto tra generazioni e di limiti tra i ruoli, è una delle cause di scompensi gravi come l'anoressia. Ci sono poi le persone magre che vogliono dimagrire senza averne un reale bisogno: sono il 50 per cento dei pazienti dei dietologi, vittime di obiettivi che non gli appartengono, e diventano quelle maggiormente esposte al rischio di usare preparati erboristici di ogni genere, macchinari che riducono l'acqua corporea facendo credere che sia grasso, diete trovate sulle riviste. 

Tra le tante distorsioni alimentari, qual è quella più recente e ancora sconosciuta?
L'ortoressia, vale a dire l'ossessione per il cibo che fa bene. Ci sono persone che si sottopongono a diete restrittive senza un reale motivo, e che rinunciano a sostanze essenziali: per esempio le diete vegetariane molto strette. Più volte è stata chiesta una legge che regolamenti gli eccessi alimentari, ma è improponibile, sarebbe impossibile sia da concepire che da gestire. Esiste già una piramide alimentare basata sulla dieta mediterranea che ha una validità scientificamente accertata, ma ormai anche questa è stata stravolta in ogni modo: ognuno sposta gli alimenti in alto o in basso a seconda di quello che gli fa comodo. Alla fine l'alimentazione corretta è molto semplice da praticare: la gente quando mangia, deve avere in testa sette o otto criteri fondamentali. Basta questo per stare bene ed evitare rischi per la salute.

mercoledì 17 marzo 2010

Johan Harstad, Che ne è stato di te Buzz Aldrin?

Sullo sfondo Nuar, opera di Monica Galanti

Uno dei vantaggi di essere un ottimo secondo, nelle cose della vita, è che si può fare tutto quello che fa il primo, ma quasi sempre con minori responsabilità. Vale per il lavoro, per i posti di responsabilità, per tantissime situazioni. Non per l'amore, certo, dove essere secondi ha solo svantaggi, ma secondo Johan Harstad, norvegese e autore di Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (Iperborea, 464 pagg, 16.50 euro) è l'unico settore della vita dove il secondo posto può risultare sconveniente. Non tutti - sostiene Harstad attraverso il suo protagonista, Mattias - vogliono essere il numero uno: si può scegliere una vita tranquilla da giardiniere, pochi e affidabili amici, e una fidanzata che chiude il cerchio delle garanzie esistenziali. Non a caso il suo idolo è l’astronauta Edwin "Buzz" Aldrin, il secondo uomo a scendere sulla luna dopo Neil Armstrong, schivo ai riflettori e felice di essere secondo, salvo poi costruirsi una carriera fatta di spot pubblicitari, presenze a conferenze e autografi a pagamento. Un equilibrio perfetto, finché il vivaio in cui lavora Mattias fallisce e la sua fidanzata lo lascia. Da qui per lui è una discesa in caduta libera, per poi risalire verso le nuove responsabilità in cui si lascia coinvolgere e l'apertura a una esistenza tutta da riscrivere.

Qual è la differenza tra la scelta di stare lontano dai riflettori e l'incapacità di affrontare le situazioni? 
Se vuoi stare su un palcoscenico e non sei in grado di farlo, il sentimento più forte è di grande tristezza, ma se è una scelta, ti porta verso un senso di leggerezza, ti toglie un peso dalle spalle. La scelta di non apparire comporta la capacità di contare solo su se stessi: spesso nella vita ci si basa sulle gratificazioni che ci arrivano dalle altre persone, ma se si è nell'ombra esistono solo le proprie forze. Devi essere sicuro di te stesso, indipendente dal giudizio degli altri. Io, ad esempio, non sono abbastanza forte nella mia scrittura da non aver bisogno le giudizio degli altri, e non scrivo solo per me stesso. Invece Mattias, il protagonista, non sceglie di essere secondo per eroismo, ma per necessità, per non dover dipendere sempre dagli altri. 

Dove tracci la linea di confine tra difficoltà esistenziale e disagio mentale?
E' una linea sottile: in un certo senso siamo tutti borderline, tutti folli. Forse è solo una questione di quanto siamo capaci di nascondere, Nel romanzo non si è mai certi se Mattias soffra di una malattia mentale, c'è sempre una sfumatura che fa la differenza. Dal punto di vista psichiatrico l'ho costruito con una forma di disagio mentale così diffuso che nessuno si fa curare. Nel prossimo lavoro mi piacerebbe entrare nella testa di una persona che soffre di schizofrenia. Mi è rimasto il desiderio di andare a fondo di questi temi, capire la relazione che si instaura tra una persona sana e una malata di mente. E' un tema che in questo momento mi interessa molto, e che voglio affrontare ora, perché magari più avanti avrò altri interessi.

La musica abbonda in questo libro: serve a scandire il ritmo, a raccontare una storia parallela o ad approfondire quella principale? 
Principalmente per dare il ritmo. Ne ascolto molta quando scrivo, ma quella che c'è nel libro non è la mia musica ideale: questa ma non la esibisco e non ne vado fiero.... Per trovare il clima di una scena dolorosa e potente, mi sono trovato ad ascoltare musica tecno russa, che ha portato il mio immaginario nei sudici bar russi, con la gente più misera. Per il romanzo ho cercato la musica che mi sembrava perfetta per chi soffre di malattia mentale, ed è diventata la colonna sonora della storia di Mattias. 

martedì 16 marzo 2010

Paola Barbato, Il filo rosso


Sullo sfondo: Inseparabili, opera di Michele Vitaloni,
in mostra al C-Hotel fino al 31 marzo 

Il filo rosso è un filo di dolore. Che unisce le esistenze, lega i destini opposti e nega la possibilità di sottrarsi ai richiami più forti, di fare scelte diverse.  E' l'emotività che tiene stretti vittima e carnefice, che impedisce a chi sopravvive di lasciarsi alle spalle la tragedia vissuta. Ciò che segna il ritmo dell'ultimo thriller di Paola Barbato (Rizzoli, 347 pagg., 19 euro) è una ragnatela emotiva, che parte dall'esistenza ordinata, implosa e azzerata di Antonio Lavezzi il protagonista. Alle spalle ha la perdita di una figlia, uccisa senza che mai venisse trovato il colpevole, ma anche l'abbandono della moglie, senza preavvisi. Il nulla all'improvviso, trasformato in un controllo esistenziale estremo e maniacale, per non farsi prendere dalla tentazione di cercare spiegazioni che non esistono. Finché un giorno, un morto trovato in un cantiere, gli cade addosso come una richiesta di aiuto, come un filo rosso che lo riporta a qualcosa di suo. In questa storia si mescolano le tante storie di cronaca nera di questi anni, i limiti delle vendetta e della giustizia, il bisogno - capace di sopravvivere più di altri sentimenti - di cedere alla violenza. 

Da dove arriva il personaggio di Antonio, e qual è stata la parte o l’aspetto più complesso su cui hai lavorato?
Antonio è l'uomo medio, per non definirlo mediocre, che generalmente non è mai protagonista di vicende eclatanti e men che meno di un romanzo. Questi "uomini grigi" sono ovunque, ne conosciamo a dozzine, e nessuno di noi scommetterebbe un centesimo sul fatto che possano assurgere al ruolo di eroe. Diciamocelo: faremmo bene. Antonio non è un eroe e non lo diventa nemmeno quando gliene viene data la possibilità, nemmeno quando può diventare un eroe negativo. Resta nella sua "terra di mezzo", nel suo mondo piccolo nel quale non vuole (o non può) far entrare cose troppo grandi. Ho scelto di raccontare una storia (che in realtà sono tante storie, tutte molto simili per distinguerle davvero) attraverso di lui proprio per allontanarmi da me stessa. Antonio rappresenta il mio opposto, e farlo muovere e parlare e decidere ha significato mettere da parte me stessa per favorire la storia, raccontare qualcosa che guardo e nella quale non mi immergo totalmente, come era invece accaduto con altri miei lavori.

Cos’è per te la paura e che bisogno hai di crearla e raccontarla?
La paura è la mia compagna di vita, e benedico sempre di averne così tanta. Avere paura per me è sinonimo di autodifesa, forse anche di forza. La paura non ti isola, se non vuoi, ma ti mette nella condizione di essere pronta ad affrontare molte cose. La sorpresa e l'incredulità di fronte al Male Inatteso hanno distrutto intere vite. Io so di avere paura di questo mondo e dei miei simili, e vivo di conseguenza, con uno stato di all'erta che non si abbassa mai al di sotto di una certa soglia. Nello scrivere non faccio che trasporre, travasare parte della mia paura in ciò che racconto. Non è una necessità, ma una scelta. Mi piace pensare che anche solo una persona si fermi a riflettere sui pericoli che corriamo sempre, ogni istante della nostra vita. La consapevolezza fa molto. Per questo, anche se pare un paradosso, a me la paura dona serenità.

Il “filo rosso” che attraversa questo romanzo è il dolore, ma poi ci sono il senso di ingiustizia, la perdita, la vendetta e la presa di coscienza dei propri limiti. In tutto questo, quanto la storia ha avuto la meglio sulle tue intenzioni?
Per la prima volta sono riuscita a mantenere un distacco forzato nei confronti della storia. Ho scritto molte cose inattese, alcuni personaggi sono emersi più prepotentemente di altri, ma in sostanza ho avuto maggiore controllo sulla storia di quanto non credessi. Forse non era una mia aspirazione, ma ci ho provato e adesso so che posso farlo.


venerdì 12 marzo 2010

Dominique Manotti, Il corpo nero

Villa Borromeo d'Adda, Arcore (Mi)

Il titolo è uno dei più belli di questi ultimi mesi, forse perché il corpo è un concetto molto presente in questo momento. Il corpo nero è l'ultimo romanzo pubblicato in Italia di Dominique Manotti (Marco Tropea, 286 pagg, 16.50 euro), anche se l'immagine intrigante evocata dal titolo, si scopre presto che è metafora delle SS naziste. La Manotti, oltre che una persona che vale davvero la pena di conoscere, è una vera scrittrice, intellettuale dalle profonde capacità di documentazione e riflessione sui temi che decide di affrontare. Questa volta è uno spaccato storico della Francia del 1944, tema che soddisfa la sua formazione di storica, ma che le permette di non abbandonare la capacità di raccontare da dentro certi status sociali, certi comportamenti e atteggiamenti ricorrenti di chi gestisce il potere. I ruoli delle donne, le carriere facili e sempre strumentali ad altro. Il compromesso irrinunciabile. La Manotti ritrae tutto questo nel momento in cui, il 6 giugno 1944, lo sbarco in Normandia sta per mettere fine a quattro anni di occupazione nazista a Parigi, ma la Gestapo ancora spera di portare a termine una delle sue missioni più delicate.

Perché hai voluto affrontare il noir storico, e in particolare questo periodo?
Questo non è esattamente un noir storico, nel senso che innanzi tutto io cerco sempre di parlare della mia generazione, della storia della mia generazione. In quegli anni ero troppo giovane per avere un ricordo diretto della guerra e dell'occupazione ma durante tutta la mia infanzia, ho sperimentato il silenzio che incombe su questo periodo, come molti francesi, credo. Così sono voluta risalire all'origine di questo silenzio, capire di cosa si nascondeva nel profondo dell'inconscio francese. Per quanto riguarda la scelta del luogo, doveva essere Parigi, perché è la mia città, ma soprattutto perché Parigi è stata il luogo principale del collaborazionismo, la capitale del German Day durante la guerra. Quanto alla scelta del periodo ho voluto che fosse questo perché il tempo trascorso tra lo sbarco alleato in Normandia e la liberazione di Parigi, è molto breve: è un momento di crisi, di scelta, dove tutto si lega e si divide. Erano i ritmi giusti per il noir, che è il romanzo della crisi, dei tempi brevi e concitati, non il romanzo dei tempi lunghi e delle situazioni immobili.

Dove hai trovato gli spunti per il personaggio di Dora?
Amo molto la figura di Dora. Non ha alcun modello, ma piuttosto è originata da un'emozione e da una storia vera. Un'attrice francese, una delle più belle e famose del periodo pre-bellico, Mireille Ballin, si  innamorò di un ufficiale della Wehrmacht tedesca. Durante l'occupazione, lei lavorava molto per la Continentale, la società cinematografica tedesca, e le si vedeva ovunque in compagnia di ufficiali tedeschi. Lui disertò e i due si nascosero in Francia per vivere la loro passione. Al momento della Liberazione, una banda di "justiciers" uccise l'ufficiale davanti agli occhi di Mireille. Lei venne rasata e fatta sfilare per le strade, e finì per impazzire. Penso che questa storia sia abbastanza emblematica. Ho voluto creare un personaggio femminile in cui si ritrovassero le ambiguità, gli orrori, le emozioni e la compassione di questo periodo. Ma la storia di Dora, la protagonista del romanzo, è molto più ambigua di quella di Mireille. Lascio una grande possibilità di interpretazione al lettore.

“Per amare bisogna essere vivi” è una delle frasi più importanti del romanzo: quanto cambiano i sentimenti in momenti di difficoltà?
Non credo che vi sia alcuna regola. I grandi innamorati, così come le figure di madri "sublimi" sono pronti a sacrificarsi, a prescindere dalle circostanze. Molti ritengono naturale il sacrificio femminile. Nel mostrare abnegazione, la donna diventa sublime. A me invece interessano personaggi femminili che non si sacrificano, che tentano di esistere, anche in circostanze molto difficili. Penso che questa sia la chiave dei miei personaggi femminili.