mercoledì 13 gennaio 2010

Simona Vinci, Nel bianco

Opera di Luca Moscatelli

Le due parole del titolo sono la sintesi perfetta delle sensazioni che racchiude quest'ultimo libro di Simona Vinci, Nel bianco (Rizzoli, 232 pagg., 16.50 euro). Una veloce tappa in Islanda, e poi le settimane in Groenlandia, ad osservare il paesaggio immobile attraverso le finestre orizzontali delle abitazioni, a correre sul ghiaccio trainata dai cani o a percorrere chilometri per cercare il mare. Sta tutto qui, nella sterminata distesa bianca che invade profondamente chi la osserva, che condiziona le esistenze di chi la vive, per scelta o per condizione. Spazi enormi, quasi privi di orizzonte ma anche di movimento. Nessuna variazione di colore, nessun albero, una prospettiva che anziché invitare al senso di libertà, trascina nella condanna della claustrofobia mentale. E' il paradosso della Groenlandia, dove l'assenza totale di confini si trasforma in autoreclusione. La scrittura di Simona Vinci scivola con leggerezza sulle pagine mentre racconta il contrasto forte tra il paesaggio e il modo di viverlo. Le poche attività del quotidiano, l'alimentazione che snobba quasi tutto ciò che è vegetale e arriva da lontano, gli adolescenti che cercano un modo per allontanarsi dall'isolamento in cui sono nati. Ognuno abbandonato a se stesso, a fare i conti con la propria condizione. E' il racconto di un viaggio in solitudine, che scatena riflessioni su altre solitudini.

Quanto è stato diverso questo viaggio in Groenlandia rispetto alle tue aspettative?
La verità è che non parto mai con delle aspettative precise. La Groenlandia era un sogno vaghissimo nella mia testa: ghiaccio, neve, sciamani inuit... Quando sono arrivata, ho capito che è un posto - come tutti i posti - pieno di contraddizioni.
Dal libro si capisce quanto ti documenti prima di partire. Cosa significa per te essere una viaggiatrice?
Una delle poche cose che ho capito nel mio rapporto conflittuale col viaggiare è che l'aspettativa è proprio quella cosa che ti impedisce di vedere davvero il diverso da te. L'ideale sarebbe documentarsi molto poi cercare di dimenticare tutto quello che hai letto e lasciare che il luogo, e le persone che lo abitano, ti raccontino le loro storie.
Quanti modi esistono di vivere e avvicinare la solitudine?
La solitudine è connaturata a ogni essere vivente, anche quelli che vivono in branco. Ognuno nasce e muore solo, separato, anche se vicino agli altri. Si può viverla in un milione di modi diversi... Per quanto mi riguarda, c'è una differenza enorme tra solitudine e isolamento. La solitudine può essere una scelta, e una grande risorsa per imparare delle cose, soprattutto quando si riesce a farla dialogare in modo costruttivo con i rapporti umani e la socialità, in un'alternanza che per ciascuno ha i suoi ritmi e i suoi spazi. L'isolamento invece, causato da fattori esterni o interni, è sempre in qualche misura negativo, frustrante, e motivo di infelicità.


domenica 10 gennaio 2010

Marco Vichi e il commissario Bordelli

Scultura di Valerio Gaeti

Il primo romanzo della serie, Il commissario Bordelli, ha ormai raggiunto il milione e 200mila copie nelle diverse edizioni andate in stampa in questi anni. Fiorentino, investigatore molto cerebrale e scrutatore dei caratteri di chi ronza attorno a una indagine, privo di ogni mezzo scientifico come lo era la polizia degli anni Sessanta, ora Bordelli con Morte a Firenze (Guanda, 344 pagg, 17 euro) è arrivato al suo quarto delitto da risolvere. Una storia fortemente noir negli umori, con un bambino scomparso durante l'alluvione del 1966. Tuttavia il poliziesco rappresenta solo uno dei filoni narrativi di Marco Vichi, quello che a dicembre gli ha fatto vincere il Premio Scerbanenco 2009 al Courmayeur Noir in Festival, che elegge il miglior romanzo poliziesco dell'anno. Perché dollari?, Il brigante, Nero di luna, Donne donne, L'inquilino (tutti Guanda), Per nessun motivo (Rizzoli) e Buio d'amore (Barbes) sono scritture che nulla hanno a che vedere con il genere. Con Bloody Mary (Edizione Ambiente, collana Verdenero), assieme a Leonardo Gori ha raccontato una storia di pesante sfruttamento di manodopera nei campi di raccolta di pomodori della Puglia, mentre con Emiliano Gucci ha pubblicato le due storie contrapposte di Firenze nera (Aliberti).

Che Bordelli troviamo in quest’ultima indagine?
Un Bordelli più amaro e cupo che mai, ma ne ha tutti i motivi. La storia è assai cattiva e i personaggi con cui si trova ad avere a che fare sono torbidi e marci fino al midollo. Anche se in certe pagine si sorride, è certamente un romanzo molto nero…

Ti ricordi il primo istante in cui hai pensato a lui, lo hai creato e gli hai scelto il nome?
Me lo ricordo molto bene. Era un pomeriggio di marzo del 2005. Dopo più di dieci anni che scrivevo in molte “direzioni” diverse, senza alcun risultato editoriale, per la prima volta pensai di misurarmi con il poliziesco, senza un vero motivo. Volevo capire come me la sarei cavata e pensai di farlo con una delle figure più logorate della letteratura di genere: un commissario. Cominciai a scrivere senza sapere chi fosse questo sconosciuto Bordelli, senza sapere chi sarebbe stato ucciso, e senza sapere nulla del colpevole e del suo movente. Dopo qualche pagina ho visto il commissario Bordelli salire sopra un Maggiolino, e ho capito che mi trovavo negli anni Sessanta. La cosa mi è piaciuta, si trattava di ricostruire un’epoca con i suoi ritmi e la sua mentalità. E in più mi ha dato modo di trasferire i racconti di guerra di mio padre nella memoria del commissario.

Nei tuoi tanti modi di affrontare la scrittura, comprese le inchieste giornalistiche, cosa ti ha lasciato un segno più profondo o particolare?
Non riuscirei a fare una classifica, ogni romanzo mi porta in un mondo diverso e mi costringe a scoprire nuovi percorsi. È per questo che mi piace scrivere, per le sorprese che incontro ogni volta.


venerdì 8 gennaio 2010

Hugues Pagan, dentro il noir

Mitraglietta Uzi e Kalashnikov usati nel fallito assalto a un furgone portavalori.

Hugues Pagan è la radice del noir. E' la ricerca di un riscatto quasi obbligatorio, con la svogliatezza di chi assolve un compito che gli è imposto dall'esistenza. I suoi personaggi sono forzatamente relegati ai loro ruoli e spazi: al turno di notte, alla consapevolezza di un miglioramento impossibile, a un passato da cui doversi difendere per sempre. Donne private di ogni emotività femminile, uomini mentalmente randagi.
Il desiderio di giustizia che sopravvive in questi scenari, è qualcosa che deve essere capito ancora prima che osservato. Va cercato nei caratteri schivi, nell'apparente rassegnazione, nella scelta di muoversi al di fuori di quella che dovrebbe essere la vera legalità, ma che nel ribaltamento delle visioni che caratterizza Pagan, spesso è la negazione di ogni falsità e corruzione. Quella da cui lui stesso è fuggito quando ha abbandonato il suo impiego nella polizia francese, denunciandone gli abusi e l'illegalità dilagante. Condannandosi a rappresentare scenari claustrofobici, torbidi, scuri.
Come in Dead end blues (Meridiano Zero, 254 pagg., 8 euro), da cui è stato tratto il film Diamond 13 interpretato da Gerard Depardieu e Asia Argento, dove Mat, poliziotto parigino, scopre che il suo ex collega e amico è diventato uno dei più grossi trafficanti di droga del paese. Oppure in La notte che ho lasciato Alex (Meridiano Zero, 304 pagg, 14.50 euro), tra i suoi più belli, con il suicidio apparente di un senatore e l'ispettore Chess che indaga pur relegato al turno di notte. Chess torna tra tradimenti, compromessi forzati e crudeltà in Quelli che restano (Meridiano Zero, 319 pagg., 9 euro), l'ultimo romanzo pubblicato in Italia, mentre con In fondo alla notte (Meridiano Zero, 190 pagg., 13.50 euro) si cambia protagonista e scenario: un ex poliziotto diventato giornalista e la provincia francese, notturna e cupa forse più della città.
I suoi titoli sono anche altri, in una produzione che sembra raccontare una storia che si ripete, che ci trasmette un clima vero e sotterraneo, e che mostra le tante derive di chi sceglie di non stare mai dalla parte dei buoni.


martedì 5 gennaio 2010

Marino Magliani, La Tana degli Alberibelli

Como, piazza della Tessitrice

Un libro fatto di piani incrociati. Almeno tre storie scorrono in La Tana degli Alberibelli (Longanesi, 329 pagg., 18 euro), ultimo romanzo di Marino Magliani, scrittore ligure di origine e olandese di adozione. La prima va indietro nel tempo fino all'Era Napoleonica, con due ufficiali e un soldato disertori. Tornano dall'Egitto e portano con loro una scorta di hascisc, che hanno imparato ad usare nei decotti, ma anche a fumare nascosti in una grotta che diventa il loro rifugio, la Tana degli Alberibelli. Un salto temporale porta fino agli anni della Resistenza, alle Alpi Liguri che nel 1944 sono uno scenario di violenti combattimenti, con atti di spionaggio e di delazione. Tra i partigiani arriva uno sfollato, che in realtà è un infiltrato dei repubblichini: mandano uno di loro perché individui la spia e la elimini, ma l'infiltrato riesce a sfuggire e si rifugia nella Tana degli Alberibelli. Terzo scenario: un porto della Liguria di Ponente, oggi. Un'opera realizzata con fondi pubblici europei, oggetto dell'ispezione di due commissari incaricati di verificare che il denaro assegnato sia stato utilizzato correttamente. Uno di loro viene ucciso da un cartello criminale che ruota attorno agli interessi del porto. C'è anche qualcuno che si muove sotto la copertura di un inviato di una tv olandese incaricato di trovare il mestolo con cui un soldato napoleonico preparava decotti a base di hascisc: arriva così alla Tana degli Alberibelli.
A questo punto inizia il libro.

Com'è questo romanzo?
Lo definirei introspettivo e di impegno civile. Rispetto alle mie scritture precedenti, è più di indagine interiore che di attualità. L'ho iniziato alla fine degli anni ottanta, e poi abbandonato. Ho sfruttato alcuni spunti per racconti e per altri romanzi. Alla fine era rimasta solo un'impalcatura sbilenca e l'idea di lavorarci. C'era troppa inattualità in questo materiale, avevo bisogno di un ingrediente che mi portasse avanti nel tempo. Tuttavia il mio entroterra non lascia spazio al presente: è decadente, invecchiato nei suoi abitanti, crollato. Mi sono guardato attorno e mi sono accorto che a Imperia stavano realizzando il più grande porto turistico del Mediterraneo. E' diventata la storia che mi mancava.

Cosa ti ha insegnato questo libro?
Ho capito quanto è difficile occuparsi di attualità, scavare in quello che hai attorno. Nel 2008 ho iniziato la mia indagine incontrando di nascosto politici di opposizione e giornalisti. Ho raccolto documenti sulla storia di questo porto, voluto da una lobby che ha consegnato un territorio pubblico a una società fantasma, fatta di scatole cinesi, alle cui spalle ci sono grossi nomi dell'imprenditoria italiana. E' un luogo per pochi, l'ennesima colata di cemento evitabile della Liguria. Tutto questo mi ha fatto scoprire il mio lato civico di scrittore.

Questo romanzo è molto ligure nel carattere e molto maschile nei contenuti. Come mai?
Racconta da dentro il Ponente, dove ognuno ha qualcosa da tenere nascosto agli altri. E' un'immagine che si lega strettamente alla Liguria decadente e molto diversa da quella che si affaccia sul mare, in un entroterra che sta solo a pochi chilometri ma che da sempre è molto distante. La divisione politica tra Savoia e Doria ha segnato una differenza che si trascina ancora oggi. E' una terra di rovi, di montagne e di vegetazione spinosa, attraversata solo da animali, e dove il paesaggio è preservato da questa inavvicinabilità. Riuscire ad affrontare questi rovi fa sanguinare, ma permette di vedere questo mondo così com'è rimasto. Quanto al carattere maschile devo dire che nei miei romanzi non ci sono quasi mai donne. Non è per maschilismo, ma per dare voce credibile a una terra dove gli uomini non hanno donne. Questo li priva di armonia, di esperienza, di capacità di rappresentarsi.


sabato 2 gennaio 2010

Stefano Misesti, Maciste e altre storie


Il quotidiano che diventa surreale nella sua rappresentazione, parodie dell'uomo comune tra tic e abitudini. Stefano Misesti cavalca una commistione tra parola e immagine, con un utilizzo della scrittura che diventa segno grafico quando cambia lingua, tra lettere occidentali e ideogrammi, e perde la sua valenza comunicativa. I suoi personaggi, a partire da Maciste e altre storie (Edizioni Bd, 176 pagg., 15 euro) sono impacciati e incapaci, grotteschi ad ogni gesto. Nelle sculture di Beni Chu prendono forma, passando dalla carta alla materia plasmata. Sono sue le traduzioni in cinese delle parti di testo sempre presenti nelle opere di Misesti, che diventano un ulteriore ed elegante segno sulla tela. Ma per lo spettatore cinese, la grafica sta all'opposto, nella scrittura italiana.

Chi è Maciste?
E' uno dei miei personaggi di riferimento, un rifacimento del Maciste degli anni Cinquanta. E' l'uomo grosso, forte e stupido, che combatte contro tutto: contro il disagio interiore picchiandosi la pancia. Contro il maltempo o contro il videoregistratore. E' la rappresentazione del surreale, come del resto altri miei personaggi come l'Uomo esagitato, supereroe senza poteri, che quando si trova davanti al cattivo inizia a tremare, così viene ignorato o compatito e si salva.
Da illustratore a fumettista. Perché?
E' stata una reazione al lavoro, per potermi esprimere in modo libero: avevo l'esigenza di dare sfogo al mio senso del surreale. Così mi sono avvicinato al fumetto, pur non essendo un grande appassionato del genere. Mi piaceva poter pensare e rappresentare le storie con quel senso dell'umorismo che caratterizza i miei lavori. Poi ha contaminato l'arte, e ora alcuni elementi del fumetto si ritrovano nei quadri. Sono acrilici con oggetti un po' surreali che troviamo attorno a noi, come l'aereo che diventa un pesce o gli alberi del bosco che si trasformano in lische. Il pesce e la lisca mi piacciono come elemento grafico, li uso spesso, ma rappresentano anche un legame con l'acqua e il territorio in cui sono nato, il comasco.
Sul tuo blog, Iconoclasta, cosa troviamo?
E' un mio sfogo, nato tre anni fa per tenermi legato all'Italia dopo essermi trasferito a Taiwan. Poi mi sono accorto che era molto seguito, ed era un ottimo strumento di comunicazione istantanea. Ci sono prevalentemente illustrazioni e vignette. Dalle reazioni dei lettori vedo subito se un lavoro piace: molte storie di Maciste sono passate dal blog prima di finire nel libro.