martedì 28 aprile 2009

Tre domande a Alessandro Di Pietro


Sessanta conigli che si ripetono e che non sono mai uguali, grazie a un lavoro modulare e smembrabile che ricalca un concetto di fondo: la ripetizione di un sé simile nella genesi e diverso nel risultato. E' l'installazione realizzata dall'artista comasco Alessandro Di Pietro, che sarà in mostra, assieme ad altre sue opere, fino al 16 maggio allo Spazio Laboratorio La Cornice di Cantù, con il titolo Rosso dentro rosso fuori.

Come nasce questa installazione?
Sono figure di conigli realizzate con fogli di acetato su cui spalmo uno strato di bianco, poi strappo e passo uno strato di colore sulle venature. In questo modo il risultato è sempre diverso, non c'è mai un pezzo identico all'altro. Le venature rosse evocano l'apparato circolatorio come un flusso, come un reticolato che crea la forma. E' un work in progress del quale ognuno si porta a casa un pezzo, e io vorrei sapere dove va ogni parte di questa opera, in modo da crearmi un reticolato mentale fatto di punti che corrispondono alla dislocazione fisica di ogni figura di questo lavoro. Così il filo rosso delle vene diventa simbolo del filo rosso che unisce i pezzi quando prendono la loro strada. Unisce persone che inconsapevolmente hanno fatto una stessa scelta. Diventa il simbolo dei rapporti sociali che ci legano, e alla fine mostra come la trama interna di cui siamo fatti, si replichi anche all'esterno.
Perché il concetto di circuito è così centrale nella tua comunicazione?
Tutto sta all'interno di un circuito, e tutto ne ha uno all'interno. Abbiamo la consapevolezza di essere individui indipendenti, ma allo stesso tempo strettamente collegati ad altri individui. Questa riflessione è fondamentale nel mio lavoro, e assolutamente centrale in questa mostra. Il piccolo compone il grande, il grande racchiude il piccolo replicato: ecco la ripetitività e la modularità, concetti-base.
Il procedere per stratificazioni, oltre che una tecnica è anche una metafora?
E' un tema molto analitico, che sento profondamente in questo momento. Non so se rimarrà anche in futuro, ma ora ho molto presente questa immagine: stratificazione e reticolato. Forma e contenuto coincidono. C'è l'oggettività del procedimento ripetitivo, con un risultato sempre diverso, a volte evidente a volte per sfumature: come siamo noi.



lunedì 27 aprile 2009

Luca Poldelmengo, Odia il prossimo tuo

Un intreccio di storie che partono da lontanissimo e si scontrano per motivi assurdi ma incredibilmente vicini a quanto potrebbe accadere nella realtà, una scrittura veloce e coinvolgente. Odia il prossimo tuo, esordio narrativo di Luca Poldelmengo (Kowalski, 186 pagg., 12 euro), è il libro che in queste ultime settimane ho letto con più piacere, senza mai perdere il passo veloce che parte fin dalle prime pagine. Personaggi che formano uno spettro sociale dal ritmo sincopatico, che si muovono con rabbia, violenza, improvvisazione, delusione, opportunismo tra le periferie e il centro di una città, di una storia, di una loro dimensione di vita. Personaggi alchemici, la cui commistione porta a conseguenze che sono l'anima del romanzo.

Scrittura fluida, storie apparentemente distanti che si intrecciano, pennellate di surreale. Quanto la tua formazione di sceneggiatore deve al tuo stile di scrittore?
Provo a ribaltare la domanda, è il mio stile di scrittore che deve, nel bene e nel male, tutto alla mia formazione da sceneggiatore e in parte a quella - più accademica che pratica - da regista. Odia il prossimo tuo non solo è il mio primo romanzo, ma è in assoluto il mio primo tentativo di esprimermi attraverso la narrativa. Prima non avevo mai tentato questa via neanche attraverso formati dal respiro più limitato come ad esempio un racconto. Per questo credo che il mio "stile" letterario sia ancora da definire, da smussare, forse persino da capire. Un discorso più completo si potrebbe fare sulla poetica, sul tipo di storie che amo raccontare, indipendentemente dallo strumento-linguaggio che uso per farlo.

E' azzardato un paragone tra il tuo libro e la teoria dei Sei gradi di separazione, o il film di Schepisi?
Non ho visto il film ma conosco la teoria, intrigante. Detto ciò non mi è mai passata per la testa mentre scrivevo il romanzo. Credo che il motivo sia che se pure configurando orizzonti simili la teoria e il romanzo partano da due presupposti antitetici: la teoria spiega scientificamente come in realtà il mondo non sia poi così grande, ed infatti è detta anche del piccolo mondo. Il concetto del libro potrebbe essere così sintetizzato: per quanto il mondo sia grande e per quanto delle vite siano diverse tra loro il destino - elemento molto poco scientifico -, è in grado di farle incontrare. Il loro incontro, come quello dell’aria col fosforo, porterà ad una folgorante combustione. Che sia per questo che erano state posizionate così distanti?

Quali personaggi ti sei più divertito a costruire e avvicinare tra loro?
Ci sono alcuni accostamenti nel romanzo studiati a tavolino per dare il massimo della tensione drammaturgica, ma anche per racchiudervi all'interno un arco sociale e storico significativo. E' il caso di Flavio e Cristiano. Un ex brigatista esce dal carcere, desidera rincontrare il figlio che era stato costretto a dare in adozione 25 anni prima. Quale figlio sarebbe più interessante, per lui e per la storia, fargli ritrovare? Un rampollo della Roma bene, nichilista ed egocentrico, che getta un sasso dal cavalcavia solo per gioco senza preoccuparsi delle conseguenze! Mi è sembrata la risposta che desse le maggiori possibilità di indagine sul personaggio e di dramma (nel senso etimologico del termine) alla mia storia. Altri personaggi nascono invece più di pancia, come Armando Peducelli detto Sella: stalliere rozzo e con problemi legati alla sfera sessuale, ma un dio al tavolo verde. Mi ero decisamente stancato dello stereotipo del grande giocatore di poker che è, quasi sempre, di bella presenza e comunque di buone maniere. Ho usato volutamente due esempi agli antipodi per dare l’idea di come ci siano molti modi-necessità da cui può prendere vita un personaggio.


domenica 26 aprile 2009

Il perché del taccuino



Contaminazioni di calligrafie, incroci di scritture, ordine e disordine, reminescenza con il suo catapultarsi all'indietro in un momento, un periodo, una sensazione. Una frase, un numero di telefono, un appuntamento, nomi nomi nomi, un appunto, un'idea che magari non prenderà mai forma ed esisterà solo in quel momento. Il titolo di un libro, una musica che si vuole riascoltare, un bel momento, un paesaggio visto o sognato. Le cose da fare che si dimenticano.
I libri letti, i concerti, gli appuntamenti vissuti e quelli saltati, oggi ci siamo visti o non ci siamo visti, i ristoranti e i giorni, i posti da visitare, gli acquisti, le mostre, le liste. I pensieri messi lì per paura che scappino. Le frasi belle, i ritagli di giornale.
Le cose importanti e quelle dimenticate. Anni di una professione in migliaia di appunti, la vita di centinaia di persone in decine di taccuini.
Regalati, donati, ricevuti, acquistati, ritrovati. Quelli persi, con dispiacere e sgomento. Taccuini bellissimi, banali, discreti, comodi e scomodi, lunghi da terminare, righe o quadretti, tutto bianco. Taccuini troppo preziosi per scriverci, per contaminarli, per consumarli. I piccolissimi, quelli famosi, quelli artigianali, quelli delle serie speciali, i casuali, quelli troppo cari che alla fine compri lo stesso, quelli doppi e i tuoi preferiti, i Moleskine di tutti i colori.

Ecco i perché di una mania.

Classicissimi: Moleskine
Semplici e comodi: Legami
Divertenti: Lem Art
Di carta ecologica: Alfabet
Ricercati: Rossi 1931
Lavorati a mano: Arcadia
Con elastico: Ciak
Colorati: Campo Marzio
Con spunti dall'arte: Kaos

In viaggio col taccuino, il blog


sabato 25 aprile 2009

SottoSale

Sale come elemento naturale fondamentale per l’esistenza di tutti gli esseri viventi, come merce di scambio e causa di numerose guerre, come simbolo di purezza e verità in alcune culture, come elemento generatore o distruttore in altre. Il cosiddetto oro bianco, a partire dalla necessità di nutrirsi, permea vari ambiti della vita dell’uomo, qui interpretati, nell’occasione della mostra Sale Q.B. Ad ognuno il proprio granello, da sette prodotti e una video proiezione.
Il gesto di salare “quanto basta” un piatto, nella giusta quantità e in base alla propria esperienza e cultura, diventa un pretesto progettuale per il quale aggiungere il proprio granello di sale, come dice il vecchio detto francese «Mêttre son grain de sel», significa dare il proprio contributo sfiorando la vetta della massima creatività.
Nella cornice del FuoriSalone 2009 di Milano, “Sale Q.B.”, firmato dal collettivo AnacletoLab, non è un semplice allestimento di prodotti, ma un viaggio culturale alla scoperta di due mondi, quello del sale e quello del design.


Perché parlo di questa mostra e di questi progetti, che rimarranno allestiti fino a lunedì 27 aprile? Per semplice protagonismo.
SottoSale, il libro - realizzato da Marta Carboni, Sabina Piediferro e Ambra Zeni - per ora è un'opera a tiratura limitata, 50 copie numerate di cui una esposta in mostra. Poi chissà, magari lo troveremo in libreria tra non molto... A tutti, me compresa, è stata fatta la stessa domanda: Cosa metteremmo sotto sale? Cosa vorremmo salvaguardare dal trascorrere del tempo? Cosa vorremmo preservare per i così detti “tempi migliori”?
La mia risposta: il taccuino.


mercoledì 22 aprile 2009

Arte e erotismo, il libro

Questo libro è davvero bello. Non solo per il formato, le immagini, i contenuti. Per la completezza. Per le opere note e quelle inedite. E' bello per la scelta dei capitoli, per una suddivisione che racconta già una storia. Arte e erotismo (a cura di Stefano Zuffi, Electa, pagg. 303, 22 euro), come tutti i libri tematici ben fatti, riesce a dare una visione di insieme, strumenti per una conoscenza trasversale di una rappresentazione che parte dalle statuette di Dorset del V millennio a.C. e arriva fino a Max Ernst e Pablo Picasso, attraverso pagine invase da immagini di ogni dimensione, da sfogliare lentamente. I capitoli seguono la linea di una evoluzione raffigurativa che si muove parallelamente alla morale, al costume, alla società e ai limiti di una professione, ma allo stesso tempo raggruppano i soggetti più indagati: lo specchio, il bagno, il bacio, la bellezza.
In apertura, ovviamente, un'opera di Egon Schiele.