venerdì 13 novembre 2009

Sigrid Verbert, Il libro del cavolo


Non è un saggio monografico su un ortaggio, e nemmeno un'opera di poco conto. E' un libro di cucina, di fotografia, di cultura alimentare e di fantasia. L'autrice si chiama Sigrid Verbert, belga trapiantata in Italia assieme a tutte le sue passioni, ma la rete la conosce come Il cavoletto di Bruxelles, uno dei blog gastronomici in assoluto più raffinati, sintesi del connubio tra cibo, estetica e cultura. Lo seguo da anni, perché è svincolato da ogni filo conduttore che non sia la bellezza e la bontà di una preparazione. Ora ha realizzato un libro di cucina, che nasce dal lavoro fatto in questi anni: non è il suo primo titolo, ma certamente il più bello: Il libro del cavolo (Cibele editore, 256 pagg., 28 euro), non si trova facilmente in libreria, ma si può ordinare attraverso il sito di Sigrid. In dieci capitoli fa il giro del mondo, passa tra i panini e l'ora del tè, racconta le suggestioni e le preparazioni. Le sue ricette ti viene voglia di mangiarle proprio così, negli stessi piatti in cui li fotografa lei, come se spostarle da un'altra parte significasse fargli perdere un pezzetto di anima.

E’ nata prima la passione per la fotografia, per il cibo o per internet?
Probabilmente quella per il cibo. Il rapporto con la fotografia è più lungo e complesso - mio padre era fotografo, ha cambiato mestiere quando sono nata e mi ha sempre molto incitato a non fotografare, ma nel contempo vivevo in mezzo alle sue foto, raccoglievo le sue dritte... -, mentre da quando ho iniziato a interessarmi di cucina, dieci anni fa, poco dopo aver incontrato l'allora fidanzato ora diventato mio marito, non ho veramente mai smesso di cucinare, sperimentare, imparare. Poi, con il blog, anche la fotografia si è inserita nell'interesse per la cucina, anche se dopo l'ha superato... Una vera e propria passione per internet invece, credo che non ci sia mai stata... Mi ha incuriosito il media blog e ho iniziato a usarlo, e trovo stimolantissimo, tutt'ora, anzi sempre di più, le possibilità e le forze del mondo internettiano. Detto questo però, sono profondamente affezionata e alla ricerca del lato umano delle cose, gli sguardi, i gesti, le parole, per cui non potrei vivere solo in rete, e non sono una geek!

Quali sono le ricette più fotogeniche?
Hmm... beh i dolci in generale tendono a essere molto sexy, sono golosi, voluttuosi, parlano di tabu, seducono, quindi si, decisamente i dolci e in particolare i dolci che prevedono salsine di cioccolato o caramello... okay okay, la smetto, sto scivolando nel foodporn... A me piace moltissimo fotografare anche la pasta, specialmente la pasta lunga. Assolutamente non fotogenici invece sono, spesso, le insalate: presentarle bene richiede un sacco di lavoro preparatorio. Poi le carni, ma forse è semplicemente perché non mi fanno impazzire come cibo quando mi calo nel ruolo di mangiatrice, quindi faccio anche fatica a renderne il fascino che non percepisco.

Con “Il cavoletto di Bruxelles” e con i libri che hai pubblicato in questi anni, hai contribuito ad alzare il livello del legame tra cibo, estetica e professionalità, anche dal punto di vista mediatico. Quali esempi hai seguito, e in cosa ti senti di aver fatto scuola?
Sinceramente non saprei se ho contribuito ad alcunché, davvero. Però posso dirti chi sono stati i miei guru... Anzi, vorrei anche premettere una cosina, perché ogni tanto sento, oppure ho sentito, cose del tipo "Ah sì, ma questo o quella non fa che imitare tizio o caio ecc...". Ecco, io non penso affatto che si possa imitare chicchessia: la foto, come qualsiasi altro impegno artistico, è questione di sensibilità propria, di attrazione fisica personale. Quindi penso che si possa imitare, ma sono degli esercizi di stile, a volte anche salutari, e non delle ricette di vita. Per quanto mi riguarda, sono cresciuta con i libri di Donna Hay, e per me rimangono ancora oggi degli esempi di foodstyling praticamente insuperabili. Ma poi a tutti gli effetti io non sono Donna Hay e quindi non è quello, esattamente, che vorrei fare... a parte chiaramente che ne sarei incapace... Mi sono nutrita moltissimo anche della scuola Gourmet, e del lavoro di fotografi come Roland Bello, Romulo Yanes, Con Poulos e David Loftus, che hanno tutti in comune una forte attrazione per il realismo nella fotografia di cibo. Un realismo sdoppiato di un accurato e millimetrico foodstyling, nel senso che tutto ciò che sembra spontaneo in generale non lo è. E poi strada facendo ai fotografi non food planetariamente conosciuti. Insomma direi che la foto e la cucina hanno questo in comune: non si inventa mai niente, si digeriscono e si assimilano e si ripropongono i lavori degli altri, ma per fare questo ci vuole, comunque, una formazione solida di base e una propria personalità artistica. Quindi io continuo a guardarmi in giro, a cercare ciò che mi piace o meno, e se stimolo altri a fare lo stesso, mi sento ripagata e felice.

giovedì 12 novembre 2009

FOBIEril - soluzione MANIAzina


Venti racconti "per una corretta igiene mentale" rilegati da una fascetta che ne consiglia l'uso in ordine alfabetico, per contrastare la noia, curare il tempo libero e per ogni volta che si senta il bisogno di leggere. Elisa Genghini e Eliselle hanno curato i contenuti di FOBIEril- SoluzioneMANIA (Jar edizioni, 12 euro), antologia dalla veste editoriale nuova e divertente, che raccoglie storie di autori come Gianluca Morozzi, Gianluca Mercadante o le stesse curatrici. Alle tre domande risponde Eliselle.

Un titolo un po’ complicato per questi venti racconti confezionati singolarmente. Ce lo vuoi spiegare?
Il titolo di un'antologia dedicata alle fobie e alle manie dell'uomo contemporaneo doveva dare l'idea di un farmaco, un prontuario per risolvere qualsiasi tipo di problema nel minor tempo possibile e nell'arco di... un racconto. Fascicoletti contenenti la posologia e la soluzione giusta in pochi minuti di lettura: in effetti, ce n'è per tutti i gusti. E per tutte le paranoie.

Chi sono questi autori e come li avete selezionati?
Sono autori emergenti o già noti del panorama editoriale attuale, e sono stati scelti in base all'originalità dello stile e dei temi trattati: Elisa Genghini e io abbiamo proposto l'idea e sono arrivati tantissimi racconti, ognuno con una propria "personalità". Il risultato globale ci è piaciuto parecchio.

Quali sono le fobie e manie su cui si sono maggiormente catalizzate le attenzioni?
Ci sono fobie e manie strane, da quella per facebook e le relazioni che nascono in rete a quelle malate, ossessive e morbose, per gli uomini sbagliati che oltre ad essere dei "vampiri" egoisti sono pure ipocondriaci e fanno impazzire le fidanzate. Ci sono dalle paranoie per l'alito a quelle per la perfezione dell'immagine, e così via. Diciamo che ne è uscito un "ottimo" quadro dell'uomo moderno.

mercoledì 11 novembre 2009

Paul H.D. d'Holbach, Saggio sull'arte di strisciare


Partiamo dal sostantivo e dal suo significato: "Cortigianeria, l'essere cortigiano". Poi i sinonimi: ossequiosità, servilismo, adulazione, blandizia, lusinga, piaggeria, ruffianeria, sviolinata. E quindi, chi mette in atto uno o più di questi atteggiamenti, è adulatore, incensatore, intrigante, piaggiatore, ruffiano. Ora che abbiamo chiaro di cosa stiamo parlando, possiamo anche renderci conto di quante volte ci imbattiamo in questa - come definirla? - situazione, atteggiamento, condizione. Scelta. I termini per definirla sono cambiati nei secoli, seguendo più o meno le mode del lessico, ma la sostanza non cambia, ed è quella che rende più che mai attuale il piccolo saggio di Paul H.D d'Holbach, Saggio sull'arte di strisciare ad uso dei Cortigiani (Il Melangolo, 26 pagg., 4 euro). Scritto nel 1813 dal barone illuminista amico di Grimm e Diderot, divagazione di costume all'interno delle sue "facezie filosofiche", è un breviario di verità. "Un buon cortigiano - illustra d'Holbach - non deve mai aver un'opinione personale, ma solo quella del padrone o del ministro... non deve mai avere ragione e non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone...". Mestiere difficile, allora come oggi, perché "I filosofi, che spesso sono di cattivo umore, considerano il mestiere del cortigiano come vile, infame, pari a quello di un avvelenatore... Ma come fanno questi ottusi a non rendersi conto del costo di tanti sacrifici? Non pensano al prezzo da pagare per essere un buon cortigiano?... Solo lui è capace di un così nobile sforzo".
Da leggere, dedicandogli pochi e preziosi minuti.

lunedì 9 novembre 2009

Andrej Longo, Chi ha ucciso Sarah?


Quella di Andrej Longo è una Napoli diversa. Esce dagli stereotipi ormai avvitati attorno alle stesse immagini, e si fa vita di tutti i giorni, storie minime, dialoghi veloci. Con il ritmo della sua parlata, porta dentro le case e la Questura, dove si incontrano una madre apprensiva e un giovane poliziotto. Un commissario piegato da un unico e irrimediabile errore, una famiglia che cerca l'impossibile accettazione della perdita di una figlia. In Chi ha ucciso Sarah? (Adelphi, 177 pagg., 17 euro) un ingenuo Acanfora vede per la prima volta gli occhi gelidi di chi è rimasto senza vita, sbatte il muso contro quell'indifferenza che non ti aspetti. Almeno non così, non fino a questo punto. La Napoli di Andrej Longo porta al Vomero e alla Sanità, in mezzo alla criminalità (non organizzata) e alla ricchezza che guarda la città dall'alto della collina. Fa respirare la compassione e il distacco. E' la stessa Napoli sempre pronta a stupirsi e a farsene una ragione di Più o meno alle tre (Meridiano Zero, 2002), di Adelante (Bompiani, 2003), di Dieci (Adelphi, 2007): caleidoscopica, mutante, fatalista, scaltra. Buona.

Con questo romanzo ti avvicini, apparentemente, al poliziesco. Ti serviva per questa storia o avevi voglia di misurarti con il genere?
Fondamentalmente mi serviva per questa storia e non m'interessava misurarmi con il genere, anche perchè amo più il noir del giallo. Tuttavia, essendo anche uno scacchista, un certo fascino l'ho provato a intrecciare tutte le tessere del mosaico.

Perché gli anni Novanta e non oggi? Solo per il piacere di spendere ancora le diecimila lire e non sentire suonare i telefonini o c’è altro?
La prima ragione è che il libro non parla di Napoli. Se avessi ambientato la storia ai giorni nostri si sarebbe pensato (un po' semplicisticamente) alla Napoli di oggi, degradata e indifferente. Invece il problema della paura, la paura del diverso, dell'indifferenza e della solitudine sono tematiche molto attuali oggi in Italia, soprattutto al centro nord. E quindi pur ambientando la storia a Napoli e negli anni '90 ecco che ugualmente potevo parlare dell'Italia di oggi. La seconda ragione è che invece il libro parla di Napoli, ma più che raccontare la Napoli di oggi, prova a raccontare, seppur in maniera sommaria, perchè si è arrivati a questo. Cioè per la nullità della borghesia napoletana che mai si è esposta in prima persona e che anzi, spesso, si è legata al carrozzone della politica e al business della camorra. E poi, non ambientandola ai giorni d'oggi, c'era la possibilità di raccontare la storia di un ragazzo che si ribella a un mondo fatto di compromessi e di falsità.

Tra le tante facce dell’indifferenza, quale ti interessa più raccontare?
L'indifferenza ha varie sfaccettature. Oggi secondo me è interessante la chiusura che le persone hanno, la difficoltà di comunicare, la conseguente solitudine: una sorta di eutanasia dell'anima che riguarda tutti. Ma l'anima, l'uomo, è nato per stare in mezzo ad altri uomini, è nato per comunicare e perciò ne soffre. Questa forma di indifferenza è molto tipica dei giorni nostri e crea un malessere diffuso. Tra l'altro anche l'economia e la politica prediligono uomini solitari, più timorosi e più facilmente manovrabili perchè soli. Tutti soli e tutti uguali. Perciò tutti indifferenti. E sofferenti proprio di questo.

domenica 8 novembre 2009

Michela Murgia, Accabadora

La lettura di Accabadora di Michela Murgia (Einaudi, 164 pagg. 18 euro) nasce da un consiglio, un ottimo consiglio che mi è arrivato da Andrea Vitali, Rosellina Salemi e Sandra Petrignani in questo post, dove chiedevo suggerimenti per buone letture italiane recenti. Nelle pagine di questo gradevole romanzo, che racconta una Sardegna ermetica e generosa, ho trovato uno stile ricercato e fluido, che fonde una coralità di voci fortemente legate al silenzio, all'introspezione e alla forza del non detto. Temi antitetici come il nascere e il morire, la colpa e il perdono, l'empatia e la distanza consumati in un mondo piccolo, che non ha mai il peso della claustrofobia. La dimensione della maternità, così sfaccettata e imprevedibile. Un mondo che ruota attorno a Bonaria Urrai, l'accabadora, la donna che porta la morte ai malati in agonia, quelli per cui solo la pietà ultima e coraggiosa può fare qualcosa.

Grande ricerca stilistica e un equilibro perfetto tra le storie e le parole scelte per raccontarle: quanto è stato spontaneo questo incontro?
Poco. Ci sono voluti tre anni di limature, alla ricerca dell'armonia tra una storia fortemente contestualizzata e un linguaggio che non si comportasse da arredo etnico. Ho lavorato molto di sottrazione, volevo affrontare le questioni del romanzo - morte e maternità - in maniera anche linguisticamente sobria. Però ho cercato anche di non tradire il sardo, perché le lingue sono importanti soprattutto per quello che ti impediscono di dire. Ho mantenuto dove era possibile le costruzioni sintattiche originarie dei dialoghi - che sono stati prima scritti in sardo e poi tradotti - e ho cercato di non imporre concetti astratti propri dell'italiano in una mentalità che non ha nemmeno parole per esprimerli. Il sardo non ha la parola "amore", e la parola "giustizia" non indica mai "la cosa giusta da fare". Ho consegnato il libro solo quando sono stata sicura di essermi avvicinata in maniera soddisfacente a questo risultato.

"Le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge": questo romanzo si consuma nell'incontro tra colpa e perdono, che mai raggiunge la dimensione dello scontro, ma piuttosto del dolore. Questo corrisponde al tuo concetto di crescita e arricchimento interiore degli individui?
Al mio personale concetto di crescita la dialettica tra colpa e perdono appartiene solo in una certa misura, di sicuro per imprinting culturale e religioso, ma non in un'ottica determinista. Nel romanzo è invece molto rilevante perché si tratta di un concetto centrale nell'antropologia sarda, che tende(va) a leggere quasi tutti gli avvenimenti della vita come espressione di quel confronto. Nella storia l'agonia stessa è una questione di colpa, e viene definita non a caso "penitenza di morte", una locuzione direttamente tradotta da un lessico che sapeva raccontare le sofferenze solo come frutto di qualche violazione, nota o ignota.

La madre è una figura ricorrente e contrastante: Bonaria Urrai che porta nel sangue la maternità più profonda, Maria Listru sfuggente e quasi priva di spessore, Giannina Bastìu che smette di esistere per darsi completamente al figlio, Marta Gentili con l'educazione che sta solo nella forma. Da dove arrivano queste donne?
Da un mondo, quello a cavallo tra gli anni '50 e '70, che socialmente non concepiva le persone, ma solo le loro funzioni. Nel mondo rurale di partenza della storia, questa logica vale a maggior ragione, e riguarda tanto la donna che l'uomo. Giannina, la donna-funzione più accentuata, arriva al paradosso di sentirsi piena solo quando il figlio storpio torna ad avere bisogno di lei come un bambino. Il figlio Nicola è a sua volta vittima di un modello di virilità irreformabile, che rispetto a sé stesso ammette esclusivamente funzioni o disfunzioni, e lui sa cosa delle due non può riuscire ad essere. Alla fine le uniche due figure che riescono a piegare il modello di genere a sé stesse sono Bonaria e Andrìa, l'una sovvertendo il mandato collettivo che ha ricevuto, per rendere determinante la volontà di un singolo; l'altro costruendosi un'esistenza da "uomo di valore" meno rigida di quella ereditata, ed esercitandola sovversivamente nel mondo ancora rigidissimo in cui ha scelto di restare.

sabato 7 novembre 2009

Zuppe

Calde, facili, capaci di dare grandi soddisfazioni, veloci, divertenti. Belle. Ho voglia di mangiare zuppe in questo periodo, per contrastare il primo infame freddo che arriva da fuori, o quello che ogni tanto affiora da dentro. Ne desidero la consistenza, il colore, il misto di sapori. Anche per questo esistono delle bibbie, ecco le mie tre.

Le zuppe, 600 piatti delle cucine regionali italiane (Slow Food, 576 pagg., 18 euro): dai brodi ai fumetti di pesce, minestroni, passati e vellutate, con il pane e con il pesce. Le ricette dei cuochi delle osterie d'Italia, spiegate in modo semplice. Un testo base.
Ricette mondiali di zuppe e minestre (Mondadori, 250 pagg., fuori catalogo). Non è più in commercio, purtroppo. Un vero peccato, perché - oltre all'interessante premessa storica - contiene ricette di tutto il mondo, senza eccessi e senza ingredienti impossibili ma, al contrario, tutte realizzabili e divertenti.
Zuppe à porter (Anne-Catherine Bley, Guido Tommasi editore, 82 pagg., 24 euro). Dalla mia casa editrice culinaria preferita, un libro che soddisfa lo sguardo prima del palato, e che ci fa immaginare il cibo servito con stile anche se con poco impegno, come nelle belle fotografie di Akiko Ida. L'autrice ha aperto a Parigi il primo Bar à soupes, zuppe da consumare al volo o da asporto. In questo libro c 'è tutta la sua esperienza.

venerdì 6 novembre 2009

Salvatore Fiume, Un classico moderno

Salvatore Fiume è un artista al quale sono affezionata, perché è stato il primo attraverso il quale mi sono avvicinata all'arte. Per tanti anni, finché non ho iniziato a guardare in giro e a costruire i miei gusti, lui è stato "l'artista". Forme geometriche, colori sgargianti, figure surreali. Donne vistose. All'inizio l'arte per me è stato questo. Ora è altro, perché negli anni si è aggiunto, sostituito e evoluto così tanto da farmi scivolare molto lontano da questo senso della rappresentazione, eppure quando guardo i suoi quadri non posso fare a meno di tornare a quegli anni in cui le mie idee su tutto si formavano poco alla volta, confuse e disordinate, in cerca di un senso. Una reminiscenza leggera, ma inevitabile.
Fino al 9 novembre a Lariofiere di Erba sono esposte 78 opere realizzate Salvatore Fiume nell'arco di 54 anni, dal 1940 al '94, dai primi disegni metafisici degli anni Quaranta e dalle opere su tela a cui ha lavorato fino agli anni Cinquanta, le Città di Statue. Poi il grande dipinto Il Palcoscenico una sintesi della sua vasta attività nella scenografia, le illustrazioni del 1959 per il romanzo Quo Vadis? di Sienkiewicz e le tante figure femminili, in cui Fiume si esprime attraverso il suo gesto ironico.



In sottofondo Anita Ward & Gloria Gaynor, Never Can Say Goodbye

giovedì 5 novembre 2009

Massimo Cassani, Pioggia battente

Il cadavere di un avvocato sul quale si abbatte la consegna del silenzio, un'indagine parallela alle versioni ufficiali, l'esilio al commissariato milanese e periferico di Città Studi di Sandro Micuzzi, ormai per la seconda volta protagonista dei romanzi di Massimo Cassani: Pioggia battente freschissimo di arrivo in libreria (Sironi, 319 pagg, 17 euro), ambientato in una Milano dove la pioggia non cessa mai. Dove il giro di denaro ad alto livello si mescola con la politica, e dove le escort fanno da contorno abituale. Ma, a questo proposito, Cassani tiene a fare una precisazione: "Questo romanzo è stato scritto nel 2007, e non ha certo lo spirito dell'instant book. L'unica cosa che ho aggiunto da allora è il termine escort, che prima non conoscevo: evidentemente non sono un uomo di mondo, proprio come Micuzzi... Nel tentativo di raccontare il tema del rispetto delle regole, la triade sesso-soldi-potere è emersa in questa forma".

Dunque Sandro Micuzzi si avvia a diventare un personaggio seriale: ma chi è e da dove arriva?
Dal punto di vista letterario, Micuzzi nasce come una sorta di figlio non voluto fino in fondo, una specie di incidente di percorso: in un primo progetto - che non ha mai visto la luce - era un personaggio minore, marginale rispetto alla storia principale. Serviva un commissario che svolgesse un'indagine e a questa figura ho dato un nome e un cognome: Sandro, perché era breve da scrivere, e Micuzzi non lo so neppure io il perché. Forse perché quello era davvero il suo nome, io mi sono solo limitato a prenderne atto. Dal punto di vista umano, Sandro Micuzzi nasce da una famiglia normale, il padre ferroviere, vecchio socialista, la madre casalinga, cattolica, ma senza esagerare. Abitavano a Porta Ticinese, a Porta Cicca, come direbbero i Milanesi vecchio stampo. Il giovane Sandro Micuzzi ha frequentato il liceo classico, ma poi, per spirito di imitazione di un compagno di scuola più grande, è entrato in polizia e lì è rimasto. Alcune di queste cose emergono fin dal primo episodio della serie - "Sottotraccia" - altre invece al lettore non vengono raccontate, ma l'importante è che siano ben presenti nella mia testa, così che quando scrivo possa dare più credibilità possibile al personaggio. Per esempio, io so qual è stato il primo amore di Micuzzi, dove è andato in vacanza la prima volta senza famiglia e con chi, quali materie scolastiche preferiva e quali invece aborriva, perché si è fatto crescere i baffi, se ha mai praticato sport e quali. Il lettore tutte queste cose le ignora, ma imparando a conoscere la personalità di Micuzzi secondo può riuscire a immaginarsele anche lui, come me.

La presenza costante della pioggia, il freddo e la situazione ricattatoria in cui si trova il tuo commissario creano un clima claustrofobico, da città senza vie d’uscita. E’ voluto o subito?
E' vero, su Pioggia battente grava un clima cupo, addirittura claustrofobico, come dici tu. Del resto dopo le vicende raccontate in Sottotraccia, dopo le disavventure che Micuzzi vive nel primo epsiodio, era inevitabile che il personaggio sentisse di trovarsi in una situazione addirittura involutiva. E poi, dai, sul clima dei romanzi influisce anche l'umore dell'autore: per scrivere Sottotraccia e poi, subito a ruota, Pioggia battente ho trascorso quasi tutti i fine settimana chiuso in casa. Micuzzi alla fine forse non ne poteva più. E neppure io.

Che genere di donne ti piace mettere nei tuoi romanzi?
Donne con caratteri particolari, sfaccettate, a loro modo complesse. E non necessariamente belle e impossibili, perfette e levigate come modelle da passarella. L'unica che sembra una statua è la Mariolina di Pioggia battente, che sembra la sosia di Marylin Monroe. Le figure femminili, dal punto di vista narrativo, si prestano molto a letture sovrapposte. Sofia - l'affascinante vicina di casa di Micuzzi - nasconde un terribile segreto nel suo passato; Margherita- la ex moglie del commissario - tanto è odiosa in Sottotraccia quanto si rivela fragile in Pioggia battente. E poi naturalmente Corinna Bottacchi che abbaglia Micuzzi con il suo sorriso aperto e poi cala un asso da lasciarlo senza fiato. Raccontare le donne mi diverte. Quando devo far muovere e parlare l'agente Rosaria Della Vedova il più delle volte mi metto a ridere da solo. Io e lei andiamo molto d'accordo, anche se non ho mai capito che cosa pensi realmente di me. Io la stimo.

martedì 3 novembre 2009

Valerio Varesi, Il commissario Soneri e la mano di Dio


Dopo undici romanzi e tre serie televisive, il commissario Soneri di Valerio Varesi non ha più bisogno di introduzioni. Le nebbie, le città padane, il ritmo sempre privo di affanni, il gusto per la riflessione e l'osservazione. L'introspezione. La scrittura fluida. Costruzioni limate un libro dopo l'altro, fino a quest'ultimo: Il commissario Soneri e la mano di Dio (Frassinelli, 279 pagg, 18 euro), con il fiume gelido che restituisce un cadavere. Il primissimo romanzo, poco conosciuto, è stato pubblicato nel '98 dalla casa editrice Mobydick di Faenza e si intitolava Ultime notizie di una fuga, dove la famiglia Rocchetta sparita nel nulla ricordava fortemente i Carretta di Parma. Questo è il rimasto il suo modo di avvicinarsi alla narrazione: Varesi pesca dalle cronache, si fa suggestionare, immagina scenari suoi e costruisce storie che diventano trasversali, si sganciano dal contingente e affrontano, di volta in volta, un tema dell'animo umano.

Che Soneri troviamo in questo nuovo romanzo?
I lettori mi dicono che il mio commissario è sempre più arrabbiato. Per la verità, non so dargli torto visti i tempi. In questo libro si scontra con un paese che è una comunità chiusa dove si incrociano leggi non scritte, ma sedimentate negli animi, e la modernità. Un posto glocal, come si usa dire. Vi troverà un prete animato da un cristianesimo eversivo e un guardaboschi che si dedica a un compito il cui risultato andrà molto oltre la sua vita: la cura di una grande faggeta prossima al crinale d’Appennino.

Il tema del confronto/scontro con il diverso torna anche in questa storia, ed è quasi una costante delle riflessioni del tuo commissario. Possiamo pensarlo come il pensiero a cui è più legato Soneri?
E’ uno dei temi che attraversano l’oggi dunque anche le sue inchieste. Il diverso non è solo lo straniero, ma anche chi la pensa diversamente. In questo senso, Soneri, è diverso dalla maggior parte delle persone che lo circondano. L’alterità col reale è qualcosa che gli appartiene e non solo perché si confronta con un’umanità sfuggente alle sue domande, ma perché non gli piace il mondo in cui vive. Perché aveva sognato tutto molto diverso. In questo senso è lui il diverso rispetto al conformismo dilagante e allo sfascio della coscienza collettiva.

Tra il Soneri televisivo e quello di carta c’è più distanza o commistione?
Con l’ultima serie tv si è scavato un solco profondo tra il Soneri del piccolo schermo e la mia creatura. Si può dire che le due rappresentazioni, nate da un’unica fonte, hanno preso strade diverse crescendo. L’ambientazione è cambiata col trasferimento a Torino, i personaggi a contorno non ci sono più e in televisione il commissario ha persino cambiato compagna. Io non decido le scelte della Rai, ma mi sembra che la terza serie tv abbia tolto a Nebbie e delitti il suo segno caratterizzante. A Torino, peraltro città bellissima, girano un po’ tutti per via della "film commission" che finanzia i produttori, col risultato che tutti gli sceneggiati si assomigliano. Resta solo l’interpretazione calzante di Barbareschi.

domenica 1 novembre 2009

Alessandro Perissinotto, Per vendetta


"Se ancora avessi una coscienza, mi sentirei in colpa per quanto è accaduto a Efrem. Se avessi una coscienza direi che faccio tutto questo per riconciliarmi con lei. Tutto questo scrivere, questo andare in giro a domandare, questo ricostruire storie". Il distacco dalla narrativa di genere di Alessandro Perissinotto inizia con questo, l'incipit di Per vendetta (Rizzoli, 245 pagg., 17.50 euro), nuovo e appassionato romanzo dello scrittore torinese. Scrittura di alto livello, personaggi costruiti con grande attenzione, scrupolosa articolazione della trama: caratteristiche che mai hanno abbandonato il senso dello scrivere di Perissinotto, dai primi tre titoli dai retaggi storici, fino alle storie del suo personaggio seriale, la psicologa-investigatrice Anna Pavesi, il cui spunto partiva sempre da una curiosità da approfondire, un dettaglio che passa quasi inosservato nel nostro vivere quotidiano e anestetizzato, ma che da qualche parte genera guadagni, traffici illeciti, storie sotterranee da tenere nascoste. In questo Perissinotto non si smentisce nemmeno abbandonando il genere, mentre si misura con una pagina di storia ancora oggi difficile da accettare, fortemente e inutilmente sanguinosa, sgradevole nelle sue implicazioni anche più remote. Si parla di Argentina, di fili sottili e forti che uniscono i destini suoi e dell'Italia, di storie la cui distanza geografica si azzera mentre ci si cala nel loro dramma e nella grande empatia che ancora oggi possono suscitare.

Innanzi tutto, perché questo abbandono del giallo e qual è l’elemento psicologico che trascina il lettore in Per vendetta?
Io credo che le trame poliziesche siano un ottimo strumento per raccontare la realtà, ma, proprio per far sì che il giallo continui ad avere una dignità letteraria, le trame non si possono piegare a qualsiasi esigenza, non si possono usare come semplice pretesto per raccontare altro. Ecco, la storia di Per vendetta non avrebbe potuto porsi in forma di indagine poliziesca, perché i crimini della dittatura argentina sono già stati scoperti dalla Storia. Occorreva quindi che il lettore trovasse il motivo trainante della lettura non nella scoperta del colpevole, ma nella graduale scoperta del vortice di dolore e di follia in cui può essere trascinata la vittima che si vede umiliata dai potenti. Quello che racconto è un caso emblematico, ma potrebbe applicarsi credo alla maggior parte delle persone che, in Argentina, hanno visto i torturatori dei loro cari uscire impuniti dai molti processi farsa che si sono tenuti contro i responsabili della dittatura.

La vendetta è il tema di fondo di questo tuo romanzo, come “consolazione dell’innocente davanti alla mostruosità del potere”. Ma dove stanno i confini gestibili dall’individuo di questo sentimento così pericoloso?
Non esistono confini gestibili dall’individuo. Il romanzo non è un elogio della vendetta, ma una denuncia del rischio che si corre (quello della vendetta appunto) imboccando con troppa facilità la comoda strada del perdono. Troppo spesso si dimentica che la punizione non è solo un modo per redimere i colpevoli, ma è anche un modo per dare consolazione alle vittime. L’assenza di punizioni suscita nel giusto un sentimento di impotenza e di offesa, che sfocia talvolta nella violenza. Talvolta gli Stati sembrano dimenticarsi delle vittime per dedicarsi al recupero dei carnefici, recupero che nel caso dei torturatori argentini appare molto difficile quando non impossibile. La Chiesa cattolica non ha mai chiesto perdono per la sua collaborazione con i dittatori e i vescovi argentini, anche dopo che erano state scoperte le crudeltà della giunta militare, hanno continuato a fare affermazioni a sostegno dei torturatori. La Chiesa cattolica è un'associazione a delinquere che andrebbe messa sotto processo per crimini contro l’umanità. Questo è il senso di Per vendetta.

Viene prima la storia, la scrittura o il tema di partenza, in quest’ultimo lavoro e in generale nel tuo modo di avvicinarti alla narrativa?
Le mie storie nascono sempre da un tema che mi è caro e da uno spunto occasionale. In questo caso era quello della repressione in America del Sud, uno dei primi temi politici ai quali, per ragioni anagrafiche, sono legato: la fine della dittatura argentina coincise con il mio primo periodo di impegno politico. Lo spunto occasionale fu invece un manifesto, che compare anche nel booktrailer del libro, che vidi per le vie di Buenos Aires: ritraeva uno dei delatori del regime, uno di quelli che erano rimasti impuniti e ne indicava l’attuale residenza, come a volerlo additare al pubblico disprezzo. Quel manifesto mi ha dato l’idea per questo romanzo sulle ferite aperte in Argentina.


sabato 31 ottobre 2009

Anteprime 2 - Jane Austen e Seth Grahame-Smith


Si può dissacrare un grande classico della narrativa mondiale, un romanzo dagli equilibri perfetti e dai protagonisti celebrati come icone, inserendo un commando di zombie? Ovviamente sì. Seth Grahame-Smith, sceneggiatore di Los Angeles, ha fedelmente rispettato la storia di Mr. Darcy e di Elizabeth Bennet, elevando però a protagonisti i morti viventi del classico horror. I tre quarti del romanzo, ribattezzato Orgoglio e pregiudizio e zombie (Nord edizioni, 400 pagg., 14.90 euro, in libreria dal 5 novembre) mantengono l'impianto classico, ma già dall'incipit entrano in scena gli zombie, per poi serpeggiare nella storia d'amore tra i due protagonisti, disturbandola terribilmente con scontri e schermaglie. Così il romanticismo si mescola al cannibalismo, i cuori infranti ai cadaveri e i nobili di campagna ai discendenti di Satana. Per chi ha detestato questo genere di narrativa, e le storie d'amore vissute e sofferte, questa è un'ottima occasione di riscatto. Per chi l'ha molto amata, è invece un'alternativa da prendere in considerazione.

Anteprime 1 - Ildefonso Falcones


Dopo i quattro milioni di copie vendute in quaranta paesi del suo precedente romanzo, La cattedrale di mare, il nuovo sbarco in Italia di Ildefonso Falcones - avvocato barcellonese con la passione per il plot storico - non si può ignorare. Innanzi tutto per la mole: 918 pagine di un romanzo di avventura che parte da fatti reali e ricostruzioni storiche. Poi per la tiratura, 500mila copie in Spagna esaurite a colpi da 50mila la settimana durante la scorsa estate. Il 12 novembre arriva nelle librerie italiane La mano di Fatima (Longanesi, 22 euro), storia dai risvolti fortemente attuali di uno scontro tra religioni, con significati e personaggi evocativi di dinamiche sociali recenti. Siamo nella Spagna del 1568, dove Falcones racconta una storia di scontri tra moriscos e cristiani, negli anni che precedono l'espulsione degli "infedeli" dalla penisola iberica. A cavallo tra questi due mondi, mentre si alternano narrativamente i piani di un punto di vista simmetrico e contrapposto, c'è Hernando, figlio di una morsica e del sacerdote che l'ha violentata. Prima rifiutato e poi accettato dai suoi compagni durante le rivolte, Hernando diventa il crocevia degli incroci di storie, passioni e lotte che caratterizzano un romanzo il cui fine - come ha dichiarato lo stesso Falcones - è il divertimento del lettore.

venerdì 30 ottobre 2009

Henrik Lange, 90 classici da leggere per chi ha fretta


Questi libri mi divertono. Alleggeriscono una serata, sono l'aperitivo per qualcosa di più impegnativo. E poi, ammettiamolo, anche da queste cose che sembrano facili e leggerine, c'è sempre da imparare. Inizi a leggere una vignetta e poi non la smetti più. Fai zapping tra le pagine, salti da un titolo all'altro per vedere come racconta i libri che conosci, e cosa dice di quelli che non hai letto. Te lo tieni sul comodino. Si intitola 90 classici da leggere per chi ha fretta, lo ha scritto e illustrato Henrik Lange con la traduzione di Stella Boschetti, ed è pubblicato da Cairo editore (190 pagg., 10 euro). Ogni opera, dai classicissimi ai best seller internazionali, è raccontata in una sintesi di quattro vignette. Anzi, per essere precisi le vignette dedicate alla trama sono solo tre, perché la prima è occupata da titolo e autore.
La sintesi è un'arte, ne sono convinta, e qui ne troviamo parecchia. Come si fa a ridurre in pochissime parole senso e trama delle 1380 pagine che Tolkien ha dedicato a Il signore degli anelli? Ecco qui:
1. Frodo è uno hobbit che trova un anello magico con cui si può dominare il mondo. Ma l'anello porta guai, per cui bisogna liberarsene.
2. Sembra che ogni creatura malvagia della Terra di Mezzo ce l'abbia con Frodo, ma lui se la cava alla grande.
3. Riesce a raggiungere il monte Fato e l'anello finisce nel fuoco. Così il mondo è di nuovo al sicuro. C'è di che fare un bel film, eh?
Per chi non si è fatto particolarmente stregare dal fantasy, qui c'è abbastanza materia per avere una cognizione e un velo di ironia, aggirando le 1380 pagine. Il senso del libro ovviamente non quello di un bigino da corsia di sorpasso, ma qualcosa con cui divertirsi mettendo alla prova la nostra capacità di fare una sintesi estrema e ironica dei grandi libri, magari confrontandola con quella di Lange. In fondo, ogni volta che consigliamo o raccontiamo un libro, facciamo più o meno la stessa cosa.
Per esempio, con Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, sapremmo fare meglio di così?
1. Dieci persone, tutti assassini, vengono convocate su un'isola. Lì vengono accusate dei crimini per cui non hanno mai pagato.
2. Non riescono a lasciare l'isola. Anzi, vengono ammazzati uno dopo l'altro da una mano sconosciuta.
3. Muoiono tutti e l'assassino lascia una lettera in cui confessa tutto, prima di togliersi la vita. (ma io non vi dico di chi è la firma).
Chiudo con qualcosa di più recente, Un gruppo di allegre signore di Alexander McCall Smith:
1. Precious Ramotswe usa la sua eredità per aprire un'agenzia di investigazioni in Botswana.
2. Mentre risolve i suoi casi, già che c'è risolve i problemi quotidiani della gente, parla dell'Africa e dei suoi animali.
3. Ah, e poi si intrattiene con uno stallone locale. E brava Precious!


mercoledì 28 ottobre 2009

Qualcosa di buono in libreria


Negli ultimi tempi ho letto molti saggi. Anzi, ho letto quasi esclusivamente saggi. Argomenti di cui in questo momento ho bisogno, come l'approfondimento di alcuni temi psicologici. Qualche passaggio di filosofia ben dosato, magari non facile ma utile. Poi la questione femminile, un tema che non si chiude mai, all'interno della quale faccio sempre più fatica a collocarmi. Il punto però non è questo, ma piuttosto l'assenza della narrativa. Trovo che stia uscendo poco e poco eccitante. Uso questo termine non a sproposito, ma piuttosto per sottolineare l'assenza di quel misto di coinvolgente, curioso, inedito, sorprendente, indipendente, emotivo, intelligente, intrigante. Di buono, insomma. Sono stati questi i libri che mi hanno trascinata fortemente verso la lettura, e mi chiedo perché ora faccio così fatica a trovare qualcosa che prosegua nella tradizione. Se poi penso agli italiani la fatica è ancora più grande, perché ho come la sensazione che tutti abbiano già dato il meglio. Nulla di illuminante, nulla che ti tiene sveglio la notte. Una stanchezza generalizzata. Ma allo stesso tempo mi viene il dubbio che la stanchezza arrivi un po' anche da me.
Allora ho voluto chiedere un po' in giro, per avere una visione di insieme dalla quale assorbire sensazioni. Per capire se tra il bello letto di recente c'è qualcosa di nuovo, se mi sono persa qualcosa o se il rifugio è il già visto. Se sono io o se siamo tutti.
Dunque, scrittori, giornalisti, artisti, blogger, attori: qual è il migliore titolo di narrativa italiana che avete letto negli ultimi tempi?
Ecco le risposte, in evoluzione.

Akio Caro Televip, blogger
Elisabetta Bucciarelli, Io ti perdono, Kowalski
Giuliano Zincone, Niente lupi, Rizzoli

Aldo Nove, scrittore, il suo ultimo libro è Si parla troppo di silenzio. Un incontro immaginario tra Edward Hopper e Raymond Carver (Skira)
Sara Falli, Vita di Saragaia, Tea

Alessandra Casella, scrittrice e presentatrice, ha fondato la tv culturale on line Booksweb.tv
Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

Alessandra MR D'Agostino, scrittrice e blogger, il suo ultimo libro è Vertoiba 5 (Zona)
Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori


Alessandra Versienti, blogger
Cesarina Vighy, L'ultima estate, Fazi

Alessandro Soprani, scrittore, il suo ultimo libro è L'ultima estate che giocammo ai pirati (Mondadori)
Cinthya Collu, Una bambina sbagliata, Mondadori

Andrea Villani, scrittore, il suo ultimo libro è La notte ha sempre ragione (Todaro)
Davide Barilli, Le cere di Baracoa, Mursia


Andrea Vitali, scrittore, il suo ultimo libro è Dopo lunga e penosa malattia (Garzanti)
Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

Angelo Petrella, scrittore, il suo ultimo libro è La città perfetta (Garzanti)
Giuseppe Genna, Grande madre rossa, Mondadori


Biancaneve De Pompadour, scrittrice, il suo ultimo libro è Water sex (Mondadori)
Dino Buzzati, I sette messaggeri, Mondadori

Bruno Morchio, scrittore, il suo ultimo libro è Rossoamaro (Garzanti), con il quale ha vinto il Premio Azzeccagarbugli al Romanzo Poliziesco 2009
Luca Poldelmengo, Odia il prossimo tuo, Kowalski

Caterina Venturini, scrittrice, il suo ultimo libro è Le tue stelle sono nane (Fazi)
Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

Cristina Zagaria, scrittrice, il suo ultimo libro è Perché no (Perdisa)
Patrick Fogli, Il tempo infranto, Piemme

Danilo Arona, scrittore, il suo ultimo libro è L'estate di Montebuio (Gargoyle)
Elisabetta Bucciarelli, Io ti perdono, Kowalski

Diana Lama, scrittrice, il suo ultimo libro è La sirena sotto le alghe (Piemme)
Donato Carrisi, Il suggeritore, Longanesi

Elisabetta Bucciarelli, scrittrice, il suo ultimo libro è Io ti perdono (Kowalski)
Valerio Evangelisti, Black Flag, Einaudi

Eliselle, scrittrice, il suo ultimo libro è Fidanzato in affitto (Newton Compton)
Angelo Petrella, La città perfetta, Garzanti

Federico Taddia, conduttore radiofonico (L'Altrolato, RaiRadio2)
Stefano Benni, Pane e tempesta, Feltrinelli

Flavio Soriga, scrittore, il suo ultimo libro è L'amore a Londra e in altri luoghi (Bompiani) con il quale ha vinto il Premio Chiara 2009
Giovanni Maria Bellu, L'uomo che volle essere Peròn, Bompiani

Francesca Genti, poetessa, il suo ultimo libro è Poesie d'amore per ragazze kamikaze (Purple Press)
Anna Lamberti Bocconi, Rumeni, Nuovi Equilibri

Francesca Mazzucato, scrittrice, il suo ultimo libro è Generazione McDonald's (Marlin)
Rosella Postorino, L'estate che perdemmo dio, Einaudi

Francesco Recami, scrittore, il suo ultimo libro è Il ragazzo che leggeva Maigret (Sellerio)
Carmelo Samonà, Fratelli, Sellerio

Giampiero Rigosi, scrittore, il suo ultimo libro è L'ora dell'incontro (Einaudi)
Susanna Bissoli, Caterina sulla soglia, Terre di mezzo

Gianfranco Colombo, giornalista (La Provincia di Lecco)
Erri De Luca, Il giorno prima della felicità (Feltrinelli)

Gianmarco Tognazzi, attore
Luca Bosio, Articolo ventuno, Progetto Ilmiolibro.it

Giulio Leoni, scrittore, il suo ultimo libro è La regola delle ombre (Mondadori)
Leonardo Gori, La città del sole nero, Rizzoli

Giuseppe Pastore, blogger
Danilo Arona, Ritorno a Bassavilla, Edizioni XII

Luca Ciarabelli, scrittore, il suo ultimo libro è Il bambino che fumava le prugne (Il Maestrale)
Salvatore Niffoi, Il pane di Abele, Adelphi

Luca Poldelmengo, scrittore, il suo ultimo libro è Odia il prossimo tuo (Kowalski)
Leonardo Sciascia, L'affaire Moro, Adelphi
Elisabetta Bucciarelli, Io ti perdono, Kowalski

Marco Buticchi, scrittore, il suo ultimo libro è Il respiro del deserto (Longanesi)
Donato Carrisi, Il suggeritore, Longanesi

Marco Polillo, editore e scrittore, il suo ultimo libro è Corpo morto (Piemme)
Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti, Mondadori

Marco Vichi, scrittore, il suo ultimo libro è Morte a Firenze (Guanda)
Elsa Morante, La storia, Einaudi

Marinella Rossi, giornalista (Il Giorno)
Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti


Marino Magliani, scrittore, il suo ultimo libro è La Tana degli Alberibelli (Longanesi)
Stefania Nardini, Gli scheletri di Via Duomo, Giulio Perrone

Matteo di Giulio, scrittore, il suo ultimo libro è La Milano d'acqua e sabbia (Fratelli Frilli)
Gabriele Dadati, Il libro nero del mondo, Gaffi

Maurizio Matrone, scrittore, il suo ultimo libro è Il commissario incantato (Marcos y Marcos)
Marco Vichi, Morte a Firenze, Guanda

Mauro Marcialis, scrittore, il suo ultimo libro è Io e Davide (Piemme)
Elena Mearini, 360° di rabbia, Excelsior 1881


Olga Piscitelli, giornalista (L'Espresso)
Corrado Stajano, La città degli untori, Garzanti

Pablo Echaurren, artista e scrittore, il suo ultimo libro è Bassi istinti. Elogio del basso elettrico (Fernandel)
Antonio Pennacchi, Il fasciocomunista, Mondadori

Paolo Nori, scrittore, il suo ultimo libro è Le cose non sono le cose (DeriveApprodi)
Giovanni Maria Bellu, L'uomo che volle essere Peròn, Bompiani

Patrick Fogli, scrittore, il suo ultimo libro è Vite spericolate (Edizioni Ambiente)
Marcello Fois, Memoria del vuoto, Einaudi

Raffaella Calandra, giornalista (Radio24, Storiacce)
Walter Siti, Il contagio, Mondadori
Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, Feltrinelli

Raul Montanari, scrittore, il suo ultimo libro è Strane cose, domani (Baldini Castoldi Dalai)
Andrea Carraro, Il gioco delle verità, Hacca

Roselina Salemi, giornalista (La Stampa, Il Sole 24 Ore, Elle)
Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

Sandra Petrignani, scrittrice, il suo ultimo libro è Dolorose considerazioni del cuore (Nottetempo)
Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

Silvia Levenson, artista
Elisabetta Bucciarelli, Io ti perdono, Kowalski

domenica 25 ottobre 2009

Marina Valcarenghi, L'amore difficile


Leggere i libri di Marina Valcarenghi è sempre illuminante. Sintetici, chiari, una sequenza di concetti organizzati attorno a un tema, per comprendere quanto i nostri meccanismi mentali e comportamentali non siano isolati, e come questa facilità di lettura e interpretazione dei nostri slanci e dei nostri problemi, sia un'àncora di salvezza per molti. Psicoterapeuta e psicologa milanese, ha scritto testi fondamentali come L'aggressività femminile o L'insicurezza. la paura di vivere nel nostro tempo. In quest'ultimo saggio, uscito da pochissimi giorni per Bruno Mondadori (pagg. 170, 24 euro), affronta un tema irrinunciabile: L'amore difficile. Relazioni al tempo dell'insicurezza. Perché, come dice nell'introduzione, "il coraggio è il compagno di tutti gli amori", ma è esattamente l'ingrediente che ci manca. La paura più grande è quella di sbagliare, in un contesto globale competitivo e consumistico, dove la fine di un amore è interpretata come un fallimento, e non come un percorso che ha regalato gioia di vivere e contribuito a costruire la personalità di un individuo. Così, in una società delle merci come la nostra, "quando una storia si chiude sono in molti a negare il valore della loro esperienza e a commentarla con un linguaggio che sembra riferirsi a un errore di acquisto". La paura passa anche per le responsabilità, il cui concetto è stravolto ancora una volta dall'idea consumistica di libertà, secondo la quale il prodotto si sceglie, si cambia, si abbandona o si scarta. Ma alla base di tutto questo c'è un problema morale, un'ossatura fondamentale la cui costruzione non è più affrontata né dalla famiglia né dalla scuola.
Anche la fretta rientra in questa lucida analisi, il meccanismo del "tutto e subito" che investe anche i rapporti emotivi, con effetti dannosi: "si va a caccia dell'amore al galoppo, colpendo nel mucchio, catturando a casaccio e, delusi dalla prima difficoltà, ci si ritira altrettanto velocemente, lasciando magari la vittima ferita al suo destino". Un'ansia e una impazienza che impongono di fare qualche riflessione sull'autostima e sulla sicurezza che le scatenano.
Il narcisismo, un narcisismo moderno e imprescindibile, è un altro degli ingombranti meccanismi che inquinano i rapporti affettivi, nel momento in cui si vive rincorrendo sempre le aspettative altrui fino a confonderle con le proprie, cercando ossessivamente nel prossimo le conferme che non si riesce a trovare dentro di sé.
Ma i timori che contaminano i limitano i rapporti affettivi oggi arrivano anche da una cattiva educazione ai sentimenti, dalla confusione di piani tra sesso e amore, dalla mancanza di strumenti e difese nell'affrontare il tradimento, dall'inaridimento della comunicazione che ha perso i suoi codici minimi e, non ultimo, nell'incapacità di affrontare la sofferenza in qualunque forma.

sabato 24 ottobre 2009

Asa Larsson: il giallo, i preti e i cani


"Penso che ci sia una preoccupazione sociale molto forte nel giallo svedese: siamo stati abituati a delegare sempre allo Stato i nostri problemi, e ora che questo sistema sta crollando ci poniamo tutti le stesse domande. In questo momento il romanzo di genere diventa un momento di riflessione molto coinvolgente". Parte da un dato di fondo che subito inquadra lo spessore della narrativa del Nord Europa in generale, e nel suo paese in particolare, ma poi leggendo i suoi primi due libri pubblicati in Italia, salta all'occhio un altro elemento: quanto facilmente muoiono i preti, pagina dopo pagina. "Ammetto che non li amo, e mi divertivo a farli morire. Poi però ho smesso perché mio zio mi ha telefonato apposta per dirmi che stavo esagerando. Così sono passata ai cani". Detto così, senza conoscere la sua simpatia e il suo umorismo, potrebbe sembrare un atto di crudeltà, eppure Åsa Larsson - quarantenne ex avvocato fiscalista svedese, ma da tre anni scrittrice di gialli professionista - i cani li ama incondizionatamente, "per la loro capacità di restituirti bontà anche se hanno subito violenza, e perché riescono a farti dimenticare i momenti di tristezza". In Italia ha pubblicato tre romanzi, tutti per Marsilio: Tempesta solare nel 2005 (Premio dell’Accademia Svedese come miglior giallo d’esordio), Il sangue versato nel 2007 (Premio dell’Accademia di Svezia per il miglior giallo) e Sentiero nero quest'anno.

Quanto e come la scrittura ti ha cambiato la vita?
Completamente. Non faccio più l'avvocato, e mantengo la mia famiglia raccontando delle storie. E' anche cambiato il mio rapporto con la vita perché sono diventata meno legata alle cose materiali. Non so come sono gli avvocati in Italia, ma in Svezia sono molto attaccati ai soldi, ai vestiti costosi e alla vita mondana, e sono contenta di essermi allontanata da tutto questo. Ho iniziato a scrivere perché non ce la facevo più a fare l'avvocato: dovevo cambiare, fare viaggi, trovare qualcosa di diverso. Così mi sono iscritta a un corso di scrittura, che mi ha insegnato metodo e disciplina. Essermi presa il tempo di scrivere il mio primo romanzo mi ha resa molto fiera, perché sono riuscita a prendere un sogno e metterlo su carta.

Rebecka Martinsson e Annamaria Mella, le tue protagoniste, sono due donne antitetiche. Qual è il tuo vero modello?
Sono complementari più che antitetiche. Rebecka è un avvocato giovane che affronta una sua crisi esistenziale, a partire dal suo rapporto con i luoghi a cui appartiene. E' un personaggio forte ma non invadente, perché la sua presenta è importante ma sempre in punta di piedi. Non sono io, ma è la sintesi di molte donne che conosco: noi del Nord della Svezia abbiamo la fama di non saperci comportare, di parlare sempre a voce alta e non sapere fare i brindisi. Per questo penso di poter descrivere la sensazione di Rebecka quando lascia il suo paese e va a Stoccolma, ma anche quando torna a casa e fa fatica a ritrovarsi. Annamaria è invece un ispettore di polizia molto diversa da Rebecka, più aperta e forse più felice. Ha raggiunto una sua stabilità con i figli e il marito, e anche in questo posso riconoscere un po' di me stessa. Le poliziotte svedesi hanno sempre problemi di rapporti con gli uomini, ma Annamaria in questo si distingue. Grazie a lei sono riuscita anche a costruire figure maschili simpatiche, in alcuni casi. In generale penso che noi donne siamo molto determinate nel cercare di raggiungere i risultati, ma quello di cui abbiamo sempre bisogno è di essere amate, riconosciute e viste. Nei miei personaggi metto esattamente questo".

Come si sente oggi una scrittrice che si chiama Larsson?
Direi che sono molto fortunata ad essere sullo stesso scaffale di Stieg Larsson....

giovedì 22 ottobre 2009

Pochezza

A volte si è preparati, ma anche no. Pensi di avere a che fare con una superficie, e poi scopri che è già materia. Che non c’è altro. Tutto quello che esiste è lì da vedere, e non avrai niente di più. La forma spesso inganna, crea uno stereotipo e quindi delle aspettative. Dai per scontato che chi sa ragionare su una materia possa farlo su tutto. Che lo spessore sia qualcosa di costante. Invece varia. Si assottiglia fino a scomparire. Può essere professione eccellente, e poi senso dell’umanità ridotto al minimo. Incapacità di comprendere il significato profondo delle parole. Insensibilità verso i gesti, le sfumature.
Rifletto su questo, sulla pochezza che non ti aspetti. Che diventa delusione. Che non ti lascia margine, anche se vorresti trovarlo. E’ cosa diversa dalla semplicità, è solo assenza. Impossibilità di farcela, di arrivare più in là. Una guerra persa.


Da leggere:
Laura Boella, Sentire L'altro. Conoscere e praticare l'empatia (Raffaello Cortina)
Dylan Evans, Emozioni. La scienza del sentimento (Laterza)
Tullio De Mauro, Guida all'uso delle parole (Editori Riuniti)
Elisa Paganini, La vaghezza (Carocci)
Sergio Benvenuto, Accidia. La passione dell'indifferenza (Il Mulino)
Ermanno Bencivenga, Filosofia: nuove istruzioni per l'uso (Bruno Mondadori)
Davide Miccione, Guida filosofica alla sopravvivenza (Apogeo)
Piero Paolicchi, Il fattore I. Per una teoria generale dell'imbecillità (Felici editore)

mercoledì 21 ottobre 2009

Massimo Carlotto, L'amore del bandito

(foto di Marina Magri, La passione per il delitto, 11 ottobre 2009)

Un fatto vero scatena il ritorno dell'Alligatore, il protagonista dei noir di Massimo Carlotto, che da qualche tempo aveva lasciato spazio a sperimentazioni di scrittura a quattro mani - con Francesco Abate e Marco Videtta - o a progetti come Perdas de fogu con Mama Sabot. Il nuovo L'amore del bandito (Edizioni e/o, pagg. 191, 15 euro) si apre con il testo di una interrogazione parlamentare presentata nel giugno 2004 al Ministro della Giustizia, in merito alla sparizione, avvenuta il 17 marzo, di 44 chili di droga dall'Istituto di Medicina Legale dell'Università di Padova, conservati in un laboratorio a cui si accede da una porta blindata con pass e codice dall'allarme. E' l'inizio di una storia di criminalità organizzata, come quasi sempre avviene nei noir di Carlotto, che si svela per tappe successive. Ma questa volta c'è anche altro.

Si può dire che il tema principale in L'amore del bandito è il passato che ritorna?
E' un classico del poliziesco, ma il romanzo americano ci ha imposto personaggi seriali sempre uguali, che non cambiano e non invecchiano mai. Questo in Europa non funziona. Questo libro parte da un delitto facile, perché mi sono stancato degli eroi di carta che non fanno mai errori. Chi vive in ambienti estremi sbaglia e paga cari i suoi errori. Sono partito da questa riflessione, per costruire intrecci e destini in cui il passato dei protagonisti torna. Ci sono altri due temi forti: l'amore e la ribellione nei confronti dei meccanismi criminali. Nel primo caso mi sono divertito a intrecciare una storia in cui tutti scelgono per amore, perché penso che nella vita succeda anche questo. L'amore non è solo un sentimento dei buoni, ci sono personaggi pessimi ma capaci di amare. Questa riflessione mi ha portato a scrivere con un altro taglio, mantenendo però la velocità dei ritmi. L'elemento della ribellione nasce dalla considerazione, sempre più evidente, che la criminalità organizzata sta invadendo tutti gli aspetti della nostra vita. Con Francesco Abate, in Mi fido di te, avevamo affrontato uno dei suoi aspetti legato alla gestione del mercato alimentare, ma ora siamo andati oltre. Da cittadino, mi chiedo perché la criminalità deve limitare la mia vita. Ci stiamo abituando ad accettare qualcosa che non è giusto: per questo ho voluto inserire un elemento di ribellione.

Quale tra le tante criminalità è raccontata in questo romanzo?
I nuovi modelli di infiltrazione mafiosa. Quando le culture criminali si inseriscono in un territorio, imparano a starci. Smettono di farsi sentire. Gli albanesi sono scomparsi dai giornali, non si parla più di loro perché ora sono i primi a voler evitare gli scontri e i problemi che potrebbero attirare su di loro attenzioni negative. Da anni non escono più articoli sulla mafia cinese, così come non si parla della mafia russa che sta comprando Liguria, Toscana e Marche. Abbiamo un serio problema di infiltrazione, e un altrettanto serio problema di percezione attraverso l'informazione che ci viene data. Siamo arrivati a chiederci se vale di più la giustizia celebrata nelle aule di Tribunale o un plastico di Bruno Vespa per stabilire un dato di colpevolezza, mentre ci sfugge tutto quello che sta sullo sfondo.

Quanta verità e quanta verosimiglianza ci sono in queste pagine?
Parto da una storia realmente accaduta, la scomparsa di quei 44 chili di droga: i ladri potevano entrare nel laboratorio e avevano le chiavi della cassaforte. Due anni dopo, in risposta all'interrogazione parlamentare, si scopre che i chili erano 66. E' bastato questo a stimolarmi la curiosità. La storia assomiglia alla verità di quanto accaduto, ma alla fine lascio al lettore la scelta di poter leggere nel modo che preferisce. E' come se facessi un patto con lui: ti racconto una storia, ma ti do anche la cronaca, lasciandoti la libertà di scegliere e di poter approfondire.


lunedì 19 ottobre 2009

Andrea Fazioli, Come rapinare una banca svizzera


Un rapinatore pentito, un detective privato e un pugno di borghesi coinvolti nel progetto di una rapina a una inattaccabile banca svizzera. La filosofia che li accomuna è la stessa: "Per diventare ricchi, basta poco. Pochissimo. Un granello di polvere nel meccanismo, un'incertezza della pallina prima di fermarsi sul trentacinque. O semplicemente: indovinare il momento giusto".
Nel paese delle case da gioco, delle architetture rigorose e degli istituti di credito dai segreti granitici, Come rapinare una banca svizzera di Andrea Fazioli (Guanda, pagg. 341, 17 euro) racconta una storia di intrecci scanditi dal denaro, dove l'investigatore Elia Contini si lascia affiancare da un ex ladro con un interesse molto personale.

Come rapinare una banca svizzera è un titolo suggestivo, che subito attira l’attenzione e ispira simpatia. E’ stata una tua proposta o lo avete messo a punto con l’editore?
E' il titolo che ho scelto fin dalla prima stesura. Anzi: fin dagli appunti preparatori. Mi piaceva quel suo essere in fondo un inganno, come ce ne saranno molti nella storia, quel suo travestire il romanzo da manuale da istruzioni… Secondo me con un titolo del genere si chiarisce subito l’impianto comico-avventuroso della narrazione. Non m’interessava sviluppare temi economici o parlare di crisi e scudi fiscali, ma raccontare una storia che, speriamo, tenga il lettori col fiato sospeso fino alla fine. La copertina e il titolo sono importanti per incuriosire un lettore distratto che passa in libreria, anche se credo che poi funziona di più il passaparola. Comunque, l’immagine di copertina del mio romanzo è un lampo di genio dell’artista di Guanda, Guido Scarabottolo.

I reati finanziari e tutto ciò che di illecito genera il denaro è l’argomento che ti contraddistingue. Da cosa nasce questo tuo interesse?
Devo confessare che non so quasi niente di questi argomenti, m’informo intervistando esperti che lavorano sul campo. Del resto i reati finanziari sono soltanto uno spunto, un elemento sullo sfondo di L’uomo senza casa e Come rapinare una banca svizzera. Il primo è una storia su un uomo che cerca di capire a chi o a che cosa appartenga, e il secondo è la storia di un gruppo di persone la cui vita viene scompigliata dall’avventura, dall’imprevisto che fa irruzione nella routine. È vero che però in entrambi i romanzi si parla di riciclaggio di denaro. Ma nel prossimo, lo prometto, cercherò di lasciare fuori l’economia!

A parte il protagonista, Elia Contini, quale personaggio trovi particolarmente riuscito in questo romanzo e perché?
Contini ha un co-protagonista che si chiama Jean Salviati. È un ex ladro che si è riciclato come giardiniere. A un certo punto però è costretto a riprendere in mano i ferri del mestiere. Allora si accorge, con una certa dose di spavento, che dopotutto non gli dispiace avere a che fare con gli ex colleghi e con le vecchie abitudini, e si domanda: ma sono veramente libero? Sono schiavo del mio passato, del sogno di prendere i soldi e scappare? Oppure riuscirò a fare quest’ultimo colpo e poi a scomparire nella mia nuova vita di potature e roseti? Be’, lascio scoprire ai lettori come andrà a finire…

domenica 18 ottobre 2009

Miniartextil 2009, Lucean le stelle

Como, ex Chiesa di San Francesco, dal 26 settembre al 15 novembre 2009, Miniartextil. "Lucean le stelle". La XIX edizione della mostra di arte tessile è dedicata all'universo, in omaggio al 2009 anno mondiale dell'astronomia. Un percorso tra 84 opere di fiber art internazionale provenienti da 40 Paesi: 54 minitessili e 30 installazioni.
Quale opera mi ha colpito di più quest'anno? La cascata di spilli dorati del giapponese Takushi Aono, dal titolo "Ferita": un bagliore prezioso in cui l'esperienza del dolore si trasforma in illuminazione e bellezza. E poi l'impalpabile sospeso di “Different Worlds” un’istallazione di 13 elementi della ceca Blanka Sperkova che crea con le proprie mani reti e maglie in fili metallici: il senso della leggerezza che diventa forma. La stessa suggestione che si trova in "Cell-Microcosmos" di Makiko Wakisaka, venature di foglie d'albero e fili di nailon a formare la sospensione.



In sottofondo Desperation (Musicshake).
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