martedì 18 maggio 2010

Elisabetta Bucciarelli, Ti voglio credere


Lo spazio si chiude in una prospettiva unica, nella ricerca di un ricordo risolutivo. Qualcosa che permetta di comprendere, ma non necessariamente di assolvere. L’ispettore di polizia Maria Dolores Vergani cerca una verità per se stessa, chiusa nella sua abitazione, agli arresti domiciliari in attesa di chiarire il suo ruolo in un delitto. Elisabetta Bucciarelli con Ti voglio credere (Kowalski-Colorado Noir, 298 pagg., 15 euro, in libreria da domani) affronta il noir con decisione, crea un’atmosfera densa, limita gli spazi di fuga. Un libro di introspezione, di riflessione, di ossessione, che ribalta i punti di riferimento della percezione. La ricerca sui limiti della verità è, allo stesso tempo, una rivendicazione di libertà, un incrocio di considerazioni progressive sul diritto di mentire, che ci governa a dispetto di ogni migliore intenzione. Ti voglio credere è un romanzo sulla costruzione graduale dei limiti che imponiamo a noi stessi, e sulla difficoltà di farli rispettare a chi ci ruota attorno. Le storie che fanno da sfondo, come sempre accade nei romanzi della Bucciarelli, si incrociano e guadagnano attenzione. Le indagini e i dubbi entrano nella casa che è teatro quasi totale dell’azione, portati da chi non si rassegna a stare lontano dall’ispettore Vergani, affossando la sua voglia di distacco dal mondo. Le anoressiche dai corpi martoriati dalla malattia a da chi ha approfittato di loro, le gigantesche croci in legno che compaiono nei giardini milanesi, un dentista che eccede nelle estrazioni di denti sani. Gli uomini del passato che ritornano, con Doris ancora una volta impreparata ad accoglierli. E poi Achille Maria Funi, che diventa ispettore e non sa quanto esserne fiero.

Perché c’è bisogno di ragionare sulla verità, e quali sono i limiti di questa ricerca?
Ho sentito la necessità di parlare di verità perché è da troppo tempo che mi sento circondata dalle menzogne. Grandi e piccole. Uomini che tradiscono le loro donne e negano senza tregua. Politici che dicono cose che non stanno né in cielo né in terra e tutti ci credono. Verità evidenti che diventano situazioni kafkiane, e per finire pseudo esperti alla Csi che imperversano alla tv del dolore, dispensandoci le loro presunte verità a base di impronte digitali o altre fesserie simili. Sappiamo ormai bene che “la verità” è un concetto elastico, che spesso neanche coincide con la Giustizia. E siccome chi scrive sperimenta la vita attraverso le parole, mi sono avventurata in questo territorio difficile, rabbioso e in apparenza privo di certezze. Il vero limite è il concetto di “verità relativa” invocato dai più e la fatica di confrontarsi con la durezza della “necessità di menzogna”.

La claustrofobia, condizione fortissima di questo libro fin dall’immagine della copertina, è un punto di vista, capace di cambiare la percezione dei nostri spazi fisici. Quanto è sentita da Maria Dolores Vergani e come la trasforma il suo modo di pensare a se stessa?
La claustrofobia non è solo uno stato reale, ma è soprattutto una condizione della mente, strettamente collegata alla percezione che abbiamo delle cose. Per esempio, Maria Dolores Vergani è agli arresti domiciliari, in una casa popolare. Spazi piccoli, angusti. Eppure i suoi pensieri più “larghi” vengono partoriti in questa condizione esistenziale e fisica estrema. La probabilità che la Vergani esca “sana” dal suo avvitamento mentale e ideologico appare all’inizio quasi uguale a zero. Per farcela, la sua sete di coerenza e verità contrapposta all’ipocrisia e alla menzogna, dovrà lasciare spazio all’elasticità mentale e alla capacità di adattamento. In uno spazio piccolo la mia protagonista ritrova identiche le dinamiche degli spazi larghi. E deve sperimentare il concetto di “menzogna privata necessaria”, che in qualche modo finisce per spiegare quella “pubblica”.

Un altro tema forte di riflessione è quello delle barriere tra sé e il mondo, del bisogno di distacco e della ricerca di spazi propri. La Vergani, trasformata suo malgrado nell’epicentro di un mondo che dovrebbe stare lontano da lei, diventa la dimostrazione di quanto sia impossibile essere lasciati soli. Perché questa frenesia?
Viviamo fin dall’infanzia nel mito della “socializzazione” a tutti i costi. Veniamo allevati con l’angoscia di non essere in grado di stare in mezzo agli altri. Poi, crescendo, siamo sempre più soli, perché in realtà costringendo gli umani a stare insieme a tutti i costi e nel modo sbagliato, (mettendoli in competizione, non puntando sulle diversità ma sui fattori comuni), alla fine si allevano solitudini. Bandito il dissenso, è tutto un lavorare sull’evitamento del conflitto. Siamo in un teatro della finzione continua. Ostentiamo la nostra capacità di essere animali politici e sociali, ma dietro coviamo frustrazione e antipatie. Ecco perché vince chi finge meglio. Chi si astiene. Chi non dice. Per convenienza (umana ed economica) e opportunismo (quasi sempre per questioni di potere). Il paradosso è la Vergani. A casa ai domiciliari deve difendersi dal fuori che la assale. Quando cerca di fare silenzio si rende conto di quanta confusione inutile esista intorno a lei. E quanta paura faccia davvero la solitudine. Ma senza “necessità sociali” diventa finalmente una persona più libera.


1 commento:

Annalisa ha detto...

Bellissima intervista. Ogni commento è rimandato a dopo la lettura del libro. Intanto, mando, anche qui, un grande in bocca al lupo a Elisabetta, certa che anche questo sarà un grande successo.