sabato 13 dicembre 2008

Donne, noir, potere, violenza


Premetto che questa è solo una sintesi, ma molto densa e ricca. Una scelta dei passaggi più significativi di un'ora e mezza di tavola rotonda organizzata durante quest'ultima edizione del Courmayeur Noir in Festival. Tema iniziale: Noir al femminile. Partecipanti: Elisabetta Bucciarelli, Simona Vinci, Chiara Tozzi, Alicia Gimenez-Bartlett, Liza Marklund, Sharon Bolton. Questa l'ossatura, ora passiamo ai contenuti, introdotti ottimamente da Loredana Lipperini, moderatrice di un incontro che sarebbe potuto proseguire per tutto il giorno: "Due dati di partenza. La matrice passionale è al primo posto tra gli omicidi in Italia, e nel novanta per cento dei casi le vittime sono donne, chi uccide è un uomo: marito, padre, fidanzato, fratello, ex compagno. Nelle immagini che scorrono in televisione, la donna è quasi sempre soubrette o protagonista della cronaca nera, quindi velina o cadavere. Iniziamo da qui, chiedendoci come uscire dalla triade di stereotipi femminili individuata da Simone De Beauvoir: brava accuditrice, dark lady o morta".
Bartlett: "Petra Delicado è un personaggio femminile violento, perché volevo dare grande importanza alla donna, renderla protagonista di situazioni positive e negative. Non è mai angelica, nemmeno nelle riflessioni che fa sulla vita".
Bucciarelli: "Ho creato una figura femminile di ispettore di polizia, Maria Dolores Vergani, chiedendomi come sarebbe oggi una donna quarantenne, single, che vive del suo lavoro e che si confronta con i modelli del quotidiano. Come si porrebbe nei confronti della violenza. Tutto questo prende forma nelle donne dei miei libri, perché lo stereotipo parte sempre da un dato reale. La donna oggi si confronta con un'aggressività che le è stata negata per secoli: è importante il recupero delle emozioni e dei sentimenti che sono patrimonio degli uomini e delle donne, ma che a queste ultime sono stati negati, in una incapacità di difendere i propri limiti e i propri spazi".
Bolton: "Affronto l'archetipo vita-morte, attraverso situazioni al limite della mitologia. In realtà con "Sacrificio" non avevo intenzione di scrivere un romanzo sugli stereotipi femminili, sono partita da una leggenda che mi affascinava molto, delle isole Shetland, dove le donne venivano rapite per essere costrette a procreare. Mi sono così trovata ad affrontare la vulnerabilità femminile, che raggiunge il suo massimo durante la gravidanza, e in questo momento così delicato le donne vengono sfruttate dagli uomini. Così è nata l'eroina del libro, una donna che si contrappone all'uomo sfruttatore".
Tozzi: "Ritengo che nel giallo e nel noir non ci siano regole che i lettori si aspettano, e quindi la specificità femminile o maschile nella lettura penso che non esista. E' però possibile che ci sia una sorta di inconsapevolezza di fondo, provocata dalle riflessioni che alle donne derivano dall'essere oggetto di violenza, o soggetti apparentemente più deboli. Tempo fa Stephen King aveva raccontato, in una saggio sulla scrittura, quanto è divertente spaventare una donna. Questa è una caratteristica degli uomini: per loro è un gioco, un'astrazione del concetto di violenza che deriva anche dall'atavicità del genere, mente invece la donna ha sempre un approccio più concreto alle cose".
Marklund: "La mia protagonista è una donna che ama i bambini e il marito, che è ambiziosa nel lavoro e crudele con i collaboratori. E' quello che la donna dovrebbe essere secondo ogni uomo, mentre per noi è un assurdo. Ho voluto creare un modello di riferimento per ogni donna, un personaggio che potesse essere usato da invocare quando si presenta un problema, e invito ogni mio lettore a farlo".
Vinci: "Spesso le donne sono complici di un sistema, dove chiunque detiene il potere lo esercita su chi è più debole. Per questo le donne dovrebbero impegnarsi di più. Io non mi sono mai posta il problema maschile/femminile, penso solo in termini di esseri umani, perché diversamente potrebbe rivelarsi una gabbia. Questo discorso vale anche per il genere narrativo, non bisogna chiudersi in una gabbia. Oggi bisogna essere belle perché altrimenti si hanno difficoltà sul lavoro, bisogna fare figli perché se no si viene considerate come persone che hanno dei problemi o che non hanno risolto qualcosa. Invece io ho scritto romanzi con donne cattivissime, ambientati in epoche in cui le donne dovevano essere buone".

Lipperini: "Uno dei grandi equivoci su cui la narrativa ha poggiato a lungo, è che le donne raccontano mondi piccoli, e nel momento in cui la narrativa amplia il suo sguardo, sembra che il mondo della scrittura femminile venga tagliato fuori".
Bartlett: "Tutti i mondi sono piccoli. Nel momento in cui abbiamo iniziato a diventare protagoniste della letteratura, tutte le strade si sono aperte, ma bisogna prendere sul serio la qualità letteraria, perché non si può riempire il mondo di spazzatura. Questo, del rigore artistico, è un canale importante che dobbiamo imparare a utilizzare bene".
Bucciarelli: "Rileggendo i testi femministi o femminili, ci si accorge di passaggi drammaticamente attuali. La domanda, mentre si scrive, è se non vale la pena di mettersi in gioco con modelli diversi, anche a costo di non essere riconosciute immediatamente: per esempio le mamme cattive, che esistono nella nostra realtà, potrebbero essere un'immagine da tenere in considerazione, e con la quale iniziare a fare i conti".
Bolton: "Mentre scrivevo mi sono chiesta cosa avrebbe fatto un uomo con la mia storia, per cercare di dargli un respiro diverso, ma alla fine sono contenta di aver tenuto un punto di vista femminile".
Tozzi: "Non c'è differenza tra grandi questioni e dimensione domestica, perché nelle mura di casa nasce il modo di affrontare qualsiasi tema. Se una donna scrive di un ambito domestico, si dice che è una piccola storia, che è narrativa rosa, ma se lo fa un uomo cambia il metro di valutazione. Ci sono esempi eccellenti di questo, come la grande letteratura di Tolstoj. Dobbiamo essere noi per prime a sfatare i cliché, perché è qui che nascono le sfortune a cui si crede di doversi adattare".
Marklund: "La differenza tra uomo e donna sta nelle aspettative, soprattutto nelle nostre. Tutto sta nella prospettiva nella quale ci collochiamo, ma non bisogna dimenticare che noi siamo diverse perché abbiamo esperienze diverse, e questo inevitabilmente si riflette nella scrittura".
Vinci: "Lo sforzo più importante sta nella scrittura, perché il valore artistico è al primo posto. Elsa Morante, con La storia, ha costruito un personaggio femminile che avrebbe potuto essere creato anche da un uomo. Agota Kristof, in Trilogia della città di K., ha riunito una piccola e una grande storia. Bisogna avere più coraggio in questo".

A questo - non poco - si aggiungono gli spunti di lettura o rilettura:
Simone De Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore
Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli
e quindi Loredana Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Einaudi
Alicia Gimenez-Bartlett, Segreta Penelope, Sellerio
Elisabetta Bucciarelli, Femmina de luxe, Perdisa
Simona Vinci, Strada Provinciale Tre, Einaudi e Come prima delle madri, Einaudi

Per la musica ho scelto Amy, qui e qui.


giovedì 11 dicembre 2008

Victor Gischler, La gabbia delle scimmie


"Imboccai la Florida Turnpike con il cadavere decapitato di Rollo Kramer nel bagagliaio della Chrysler, continuando a ripetermi mentalmente che avrei dovuto stenderci sotto un telo di plastica. D'accordo, la carretta era a nolo, ma non mi andava di lasciare in giro trofei per l'inevitabile safari della Scientifica. Ora mi sarebbe toccato staccare il tappetino del bagagliaio, innaffiare il sangue di candeggina e sperare che l'Avis impiegasse un sacco di tempo ad accorgersene. Molto meglio se avessi speso un minuto a stendersi sotto un telo di plastica. Merda".
Questo è già Charlie Swift, protagonista in prima persona, a partire dall'incipit, dell'ultimo romanzo di Victor Gischler, arrivato al Courmayeur Noir in Festival dalla Louisiana, La gabbia delle scimmie (Meridiano Zero, pagg.255, 15 euro). Gangster violento, unico sopravvissuto a una guerra tra bande criminali, obiettivo primario di una caccia all'uomo che si sviluppa con ritmi veloci, tra reazioni estreme e humor nerissimo, Charlie rimane legato fino all'ultimo a una sua morale totalmente scollata dalla civiltà, ma capace di rispondere alle regole di obbedienza di quel mondo parallelo che è la delinquenza. 
Qual è il suo concetto di narrativa nera?
"Costruisco personaggi che hanno problemi interiori e difficoltà amplificate dall'ambiente esterno. Questo non è esattamente voler fare noir, ma diventa una conseguenza di dati di partenza forti, di questa fusione tra personaggi e ambiente. Sono tutte persone che pensano di fare scelte giuste, e invece si trovano nei guai".
Perché questa scelta di rappresentare sempre soggetti distruttivi?
"E' una mia perversità, mi diverto. E' nato tutto da un libro secondo il quale la cosa importante, nella scrittura, era creare ai protagonisti guai e situazioni difficili. Io alla fine li salvo sempre, e questo mi differenzia dal noir. Anche qui Charlie sembra aver perso tutto, perché la sua gang sparisce e con lei il suo mondo, i suoi punti di riferimento. Lui diventa un cane sciolto allo sbando, ma alla fine trova il modo di venirne fuori".
Ma quindi la sua dimensione della società è di questo genere?
"Non è positiva né negativa, è solo il prodotto di quello che succede. Ci sono persone di ogni genere che si comportano nei modi più diversi. Il risultato, per come la vedo io, è che la società non ha un cervello, ma è l'insieme di una pluralità di situazioni e punti di vista".
Qual è il messaggio di fondo che vuole trasmettere al suo lettore? 
"Nei miei libri i personaggi possono scoprire dei lati della loro personalità che non sapevano di avere. Per esempio l'amicizia o il senso di lealtà, seppure rapportati alle situazioni che vivono. In questo libro parliamo di una parte della società che non rispetta le regole e la legge, eppure anche in Charlie c'è qualcosa di buono: la fedeltà, l'amicizia che sa dimostrare verso chi lo ha aiutato. Lui è il mio eroe del romanzo, anche se è difficile vederlo positivamente. Tuttavia questo serve a creare contraddizioni e a chiedersi da che parte si vuole stare: il lettore è da solo davanti alla pagina e agli accadimenti, non si deve confrontare con nessuno. Può essere sincero con se stesso e arrivare anche ad ammettere il senso di complicità che gli scatena un personaggio così negativo".



mercoledì 10 dicembre 2008

Le donne di Alicia


Il Premio alla carriera Raymond Chandler Award 2008, è andato ad Alicia Giménez-Bartlett, scrittrice catalana creatrice dell’ispettore della polizia di Barcellona Petra Delicado, ma anche autrice di numerosi libri di narrativa svincolata dal genere, come l’ultimo uscito. “Sono molto orgogliosa di ricevere questo premio – ha detto mentre Dario Argento, sul palco del Courmayeur Noir in Festival, le assegnava il riconoscimento – ma credo che anche Chandler apprezzi il fatto che sia stato dato a me”. Un’ironia che si ritrova nei suoi libri, nelle sue donne determinate e costantemente battagliere, nei suoi uomini quasi rassegnati ma divertenti. Alicia è una scrittrice che leggo sempre (il suo nuovo libro è in arrivo, dice), che mi piace molto e mi coinvolge. Conoscerla e parlarle è stato un grandissimo piacere, che voglio condividere con chi avrà la pazienza di leggere questo post.

Impossibile non ritrovarsi in una di loro. Quattro donne che riconducono ad altrettanti modelli, cristallizzazioni delle scelte di fondo e di vita, dell’educazione, delle prospettive e le ambizioni, della dedizione rincorsa o negata. Alicia Giménez-Bartlett racchiude il mondo femminile nei quattro personaggi protagonisti di Giorni d’amore e inganno, il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia da Sellerio (445 pagg., 16 euro) misurati in una dimensione claustrofobica, che impedisce di fuggire e soprattutto di non mostrarsi. Così le verità e le bugie hanno vita breve, i drammi e gli scandali sono condivisi, l’apparenza stravolta, gli errori di valutazione smascherati, anche a costo del dramma. Queste quattro donne sono rinchiuse nel lusso fittizio di un resort per stranieri in Messico, dove passano la settimana in attesa del ritorno dei mariti ingegneri dal cantiere. Paula, dal carattere difficile, intelligente ma incline all’autodistruzione; Victoria, intellettuale misurata e ottimista; Susy, giovane e ingenua, fresca di un matrimonio costellato di grandi aspettative; infine Manuela, donna votata alla carriera e ai successi del marito, polso fermo e spirito da matrona. Tutte costrette alla forzata convivenza.
Come è stato accolto questo libro così diverso dai precedenti?
“In Spagna decisamente male. Ha ricevuto dure critiche per il suo contenuto, è stato detto che ho creato una situazione di conflitto tra queste donne, tale da farle attaccare reciprocamente. In realtà è un romanzo sull’equilibrio economico-sentimentale. E’ una storia che riproduce una dinamica: quando ci sono decisioni forti all’interno di un gruppo, ci si chiude in se stessi. Tutti viviamo in gruppi, anche se hanno forme diverse, e tutti siamo in grado di romperne gli equilibri. In questi momenti però ci si interroga sulle questioni della vita”.
Paula, che è forse il personaggio più complesso, ha un ruolo chiave in quello che accade?
“Non credo che quello che accade nel libro dipenda da lei, anche se la prima lettura può suggerire questo. Come molti intellettuali è autodistruttiva, ha estremi molto accentuati, ma anche passioni molto forti. E’ il personaggio più simile a Petra Delicado, la mia investigatrice”. 
Questo per la sua durezza?
“Petra non è simpatica, è diretta e spesso sgradevole con chi ha davanti, ma è molto ironica. Con il suo vice Firmin mette in atto ogni giorno uno scontro tra i sessi basato sull’ironia, e questo è un omaggio all’amicizia tra uomini e donne, tra persone che hanno culture e opinioni diverse. La contraddizione tra Petra e Firmin mi piace molto. Ho un’idea positiva degli uomini, perché mio padre era molto buono e ho avuto fortuna con i miei compagni. Ho lottato contro la dittatura, e in quel periodo eravamo uomini e donne insieme con lo stesso ideale. Non trovo giusto scaricare tutte le colpe su di loro, vederli sempre come dei maschilisti, degli alcolizzati o altro. Se vogliamo rappresentare la realtà, dobbiamo parlare degli uomini anche in senso positivo”. 
Che rapporto ha Petra con i delinquenti su cui indaga?
“Ha sempre un atteggiamento di pietà. Non li giustifica ma cerca di capirli, e cerca di comprendere le condizioni che li hanno portati verso il crimine. Questo non significa che si risparmi momenti di crudeltà o cinismo: in Nido vuoto usa la sua cultura per spiazzare un delinquente. In questa nostra società essere una persona che non legge e non conosce, è come non avere forza. E su questo Petra ma non si fa problemi morali”. 
Come è considerato il romanzo di genere in Spagna?
“Più o meno come in Italia. A volte mi dicono che mi stanno parlando dei miei romanzi “seri”, come se gli altri, i polizieschi, fossero uno scherzo. Però vedo che il giallo sta cambiando, è sempre più esigente dal punto di vista formale. Il romanzo di genere è umile, non è saggistica e non è poesia, è fatto per raccontare storie e fare in modo che i lettori confrontino la loro vita con ciò che accade nei libri. La prosa è mestiere, riflessione sulla vita, intelligenza e conoscenza. Questo piace molto a me e anche ai lettori, ma il loro sforzo deve essere l’esplorazione del mondo piccolo, quello che gli sta vicino, perché il nostro mondo è fatto di queste cose piccole e delle persone che abbiamo accanto”.



martedì 9 dicembre 2008

Premi al Noir Fest: Mani nude e un eccezionale Frozen River


Erano in cinque a contendersi lo Scerbanenco 2008, cinque titoli scelti da una Giuria Letteraria tra i cento gialli in gara. Alla finale sono arrivati Mani nude di Paola Barbato, vincitrice di quest'ultima edizione, Oro incenso e polvere di Valerio Varesi (grande amico e persona che merita ogni bene, da poco uscito con il suo nuovo Soneri, La casa del comandante), Cinacittà di Tommaso Pincio che ha ottenuto la segnalazione della giuria (grazie ancora per la dedica con piccola opera d'arte), Il corruttore di Ugo Barbara (contenta di averti conosciuto, anche se di sfuggita), e La città perfetta di Angelo Petrella (ciao Angelo e ciao miss Petrella, è sempre piacevole incontrarci).

Il Leone Nero per il miglior film oggi è invece andato a Frozen River, grandissima e coinvolgente storia diretta da Courtney Hurt e sceneggiata da Richard Price, che ha ottenuto anche il mio voto di spettatrice e di cui ho parlato nel post precedente. Un riconoscimento al cinema indipendente e alle storie raccontate e vissute fino in fondo.



lunedì 8 dicembre 2008

Courmayeur Noir in Festival

Tre giorni intensi, temperature sottozero e nevicate senza sosta, ma anche una maratona densa e importante tra scrittori e cinema noir e poliziesco, tra strette di mano, nomi che si trasformano in volti, dediche fatte con passione, che rimangono sulla prima pagina di un bel romanzo. E poi lo stare insieme e il divertimento, tanto.
Ne darò conto un po' alla volta, attraverso le interviste fatte al Noir in Festival di Courmayeur a scrittori come Alicia Giménez Bartlett, Liza Marklund, Sharon Bolton, Richard Price, Victor Gischler. Attraverso ciò che di più significativo è emerso da due tavole rotonde organizzate su temi ugualmente interessanti: la prima, sul "nero femminile", ben coordinata da Loredana Lipperini, che ha riunito le voci delle italiane Elisabetta Bucciarelli, Simona Vinci e Chiara Tozzi, della svedese Liza Marklund, della spagnola Alicia Giménez Bartlett (a cui quest'anno è stato consegnato il Premio Raymond Chandler) e dell'inglese Sharon Bolton, per affrontare temi non solo legati alla scrittura, ma anche agli stereotipi femminili e alla gestione del potere. L'altra tavola rotonda era dedicata al "complotto", una costante dai mille volti, di cui hanno parlato lo scrittore Patrick Fogli, il giornalista Ranieri Polese e lo storico Aldo Giannuli. Spunti su cui riflettere, inevitabilmente.
Il Noir in Festival da sempre è anche cinema, con le anteprime italiane e internazionali, tra cui Frozen River, film inquietante e ottimamente realizzato da Courtney Hunt, giocato su dialoghi minimi e su dettagli capaci di insinuarsi silenziosamente nello spettatore. Un'angoscia ben calibrata, una simpatia istintiva per le protagoniste, il gelo dei paesaggi che entra nell'animo. Basta una parola per tutto questo: bello.