giovedì 21 gennaio 2010

Protagonisti seriali, da dove arrivano?

Come nasce un personaggio seriale? Qual è il momento in cui si materializza nella mente dell'autore che ne scriverà per gli anni a seguire? E quando si decide che il protagonista di un romanzo guiderà anche le storie successive?
Ho girato queste domande ad alcuni scrittori che hanno fatto questa scelta, e che negli anni sono cresciuti assieme ai loro protagonisti. Inizio con le prime tre risposte: Massimo Cassani, Ugo Mazzotta e Bruno Morchio. Nei prossimi post, assieme alle genesi di altri autori italiani e stranieri, arriveranno anche le opinioni degli addetti ai lavori.

Parco di Villa Greppi, Monticello Brianza

Massimo Cassani e il Commissario Micuzzi: l'ultimo romanzo è Pioggia Battente (Sironi)

Avete presente quei figli non voluti, quelli che nascono senza che fossero stati "programmati"? Ecco, il commissario Sandro Micuzzi è un po' così. Era nato come personaggio minore (e tutto sommato accessorio) per una storia di cui esisteva già un'idea di massima, per la quale occorreva realizzare un plot e, successivamente, scrivere un romanzo. Me l'aveva proposto nel 2005 un'agente letteraria che stava appunto cercando "giovani" autori per questo progetto. Il mio plot, in effetti, andò un po' oltre le intenzioni iniziali dell'editore e soprattutto oltre il genere che si aspettava. La mia idea era quella di scrivere un noir, ma la cosa non piacque granché. E infatti il mio lavoro venne bocciato. A quel punto avevo solo due strade: buttare tutto nel cestino, oppure togliere dal plot tutto ciò che non era farina del mio sacco e provare a concepire un progetto autonomo. Micuzzi - che già originariamente era un commissario con le caratteristiche di oggi - si salvò dal rogo e diventò protagonista. La serialità venne subito dopo. Le storie che avevo voglia di raccontare erano troppe per un unico romanzo, il rischio era di scrivere un polpettone di seicento e passa pagine, con il rischio di ammorbare il lettore... e, ancora prima, l'editore cui l'avrei proposto. Poi mi piaceva l'idea di costruire un teatrino di personaggi che evolvessero con me, che risentissero un po' delle vicende che mi sarebbero capitate (quando si scrive l'umore non è sempre lo stesso, dipende anche dai periodi...). Ecco Micuzzi è nato così, in fondo anche lui è stato una specie di errore di navigazione... come quello di Colombo (il navigatore, non il tenente...).

Ugo Mazzotta e il Commissario Prisco: l'ultimo romanzo è La stagione dei suicidi (Todaro)
L'idea del Commissario Prisco è nata insieme a quella di scrivere un giallo, ormai quasi dieci anni fa. Dovendo scegliere un protagonista scartai l'idea di investigatori più o meno privati, che dalle nostre parti difficilmente si occupano di crimini degni di essere raccontati in un giallo, e decisi che doveva essere un rappresentante delle forze dell'ordine. In quel momento ero in macchina dalle parti di Caserta, e vidi un segnale stradale col nome di un paese, mi piacque e il mio commissario si chiamò... Caturano. Quello rimase il suo nome per alcuni giorni, avevo anche cominciato a scrivere le prime pagine, quando pensai che uno dei rischi del futuro romanzo sarebbe stato inevitabilmente quello di essere accostato ai libri di Camilleri, e che il cognome del mio personaggio e la sua assonanza con Montalbano non avrebbero aiutato. Mi trovavo sulla stessa strada della volta precedente e dopo il cartello per Caturano ne vidi uno per il paesino di San Prisco. Tolsi il santo e mi rimase il commissario Prisco. Che sarebbe stato un personaggio seriale l'ho deciso subito (o quanto meno l'ho sperato!). Mi piace l'idea delle storie seriali, i tre commissari letterari che più amo, Maigret, Ambrosio e Santamaria, sono personaggi seriali e in fondo i protagonisti dei primi gialli della storia della letteratura, Holmes e Dupin, erano personaggi seriali. Io cerco solo di far sì che Prisco non sia sempre uguale a se stesso da una storia all'altra, che ci sia un'evoluzione.

Bruno Morchio e Bacci Pagano: l'ultimo romanzo è Rossoamaro (Garzanti)
L’idea di scrivere un romanzo ambientato a Genova che avesse per protagonista un investigatore privato è sbucata fuori tra il 1998 e il ’99, all’inizio della mia seconda analisi (agli psicoterapeuti corre l’obbligo di sciacquare i panni sporchi, di tanto in tanto). Conoscevo bene alcuni autori, dei quali avevo letto quasi tutto, Vázquez Montalbán, Izzo e Chandler e mi sono ispirato a loro. Ho scritto Maccaia, e avevo intenzione di fermarmi lì. Ho inviato il dattiloscritto a varie case editrici di rilievo nazionale e non ho ricevuto risposta. Significativo è il fatto che, nonostante la frustrazione di non ricevere riscontro, ho subito cominciato a scrivere un secondo romanzo, La crêuza degli ulivi, con lo stesso protagonista. Evidentemente avevo scoperto che, insieme all’analisi, anche la scrittura “mi curava”. E ne avevo bisogno, perché nel 2000 è morta mia madre. In quell’anno a Genova è nata la Fratelli Frilli Editori e ha iniziato la pubblicazione di romanzi gialli ambientati in Liguria. Nel gennaio del 2002 ho perduto anche mio padre, vecchio comunista, sindacalista di valore, al quale devo molto di quello che sono. È morto amareggiato per la piega che stava prendendo l’Italia dopo la vittoria elettorale del miliardario ridens, e ho avvertito la necessità di fargli un omaggio. Così ho lasciato a metà La crêuza e ho iniziato a scrivere Bacci Pagano. Una storia da carruggi. Ho portato i primi tre capitoli a Frilli che si è detto subito interessato. Terminato il romanzo, l’ho consegnato e dopo due settimane ho ricevuto la fatidica telefonata: "Ci piace, lo pubblichiamo". È uscito nel febbraio 2004, in 1500 copie, e dopo una decina di giorni è andato esaurito ed è stato subito ristampato. Da allora ha fatto sedici o diciassette edizioni, e a quel punto il personaggio seriale si è seduto alla mia tavola con l’intenzione di non alzarsi più. Credo onestamente di poter dire che la scrittura è nata come tentativo di elaborare la sofferenza legata alla perdita. Gli psicoanalisti la chiamano "elaborazione depressiva".


1 commento:

Francesco Troccoli ha detto...

Il caso di Morchio è esemplare. Grazie a Bruno per la sua onestà e per la confortante bellezza del suo fantastico personaggio. Vivano Genova, le prostitute nei caruggi, gli immigrati africani, la maccaia, il mugugno e la figassa nel caffè. Chi non ama tutto ciò non ama la vita.